le novità del Decreto Rilancio: come si ripartirà dopo l’emergenza Coronavirus.

28/05/2020 13:00:00

Il 19 maggio 2020 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il cosiddetto “Decreto Rilancio”, contenente “Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all'economia, nonché di politiche sociali” per contrastare l’emergenza Coronavirus. Insieme agli Avvocati Francesco Rotondi e Angelo Quarto dello Studio LabLaw e al Dottor Dario Ceccato dello Studio Ceccato Tormen & Partners nel corso del webinar abbiamo analizzato le principali novità introdotte dal Decreto Rilancio e i suoi potenziali impatti sulle realtà aziendali.

Dalla riorganizzazione d’impresa, agli ammortizzatori sociali, ai licenziamenti: ecco i temi principali emersi. Guarda il video.

la riorganizzazione d’impresa nel post Coronavirus.

La nuova gestione dell’organizzazione di impresa è un tema ancora più cruciale per le realtà aziendali all’indomani dell’emergenza che ha colpito il nostro Paese. Le misure adottate per contenere il contagio hanno avuto ricadute importanti anche sul mondo del lavoro. Per far fronte a tale situazione, il Ministero del Lavoro e le parti sociali lo scorso 24 aprile hanno stilato un protocollo (successivamente reso obbligatorio per tutti i datori di lavoro dal DPCM 26 aprile 2020) contenente  i requisiti e le misure di sicurezza che rappresentano la conditio sine qua non per poter riprendere l’attività in questa cosiddetta fase 2. Si tratta di un documento in 13 punti che elenca le linee guida per il contenimento e il contrasto della diffusione del virus negli ambienti di lavoro. Il protocollo regolamenta diversi aspetti dell’organizzazione d’impresa: dalle modalità di accesso all’azienda, fino alla gestione degli spazi comuni e all’utilizzo dei dispositivi di protezione. Rispettare le misure contenute nel protocollo è la condizione necessaria per poter ripartire (leggi: Coronavirus, i consigli per tornare in ufficio in sicurezza).

Secondo l’Avvocato Francesco Rotondi, Managing Partner dello Studio Legale LabLaw, questa situazione pone diverse questioni per le aziende. Innanzitutto, l’orizzonte temporale limitato. Riorganizzare la propria attività in base ad un protocollo le cui misure potrebbero non essere più obbligatorie fra non molto tempo pone inevitabilmente delle difficoltà. Ecco perché non si può escludere che molte aziende potrebbero decidere volontariamente di non riaprire in attesa della definizione di una strategia più a lungo termine. 

Cosa succederà una volta terminata l’emergenza Coronavirus, quindi? E, in particolare, le misure adottate in questa fase sono temporanee o rappresentano l’assetto definitivo con cui bisognerà convivere anche domani? Dalla risposta a queste domande passa inevitabilmente il futuro dell’organizzazione di impresa e delle strategie aziendali.

le novità in materia di ammortizzatori sociali

La novità principale del Decreto Rilancio in materia di ammortizzatori sociali riguarda la loro proroga rispetto a quanto stabilito dal D.L. Cura Italia. L’esecutivo, infatti, in aggiunta alle 9 settimane di intervento già riconosciute, e che possono essere richieste dal 23 febbraio al 31 agosto 2020, ha previsto la possibilità di beneficiare degli stessi ammortizzatori sociali per un periodo di ulteriori 5 settimane, sempre da fruirsi entro il 31 agosto 2020,  e a condizione che siano state interamente utilizzate le precedenti.

Ad esse possono essere aggiunte 4 ulteriori settimane di fruizione dell’ammortizzatore sociale “speciale”, che sono fruibili, però, solo per periodi decorrenti dal 1° settembre e fino al 31 ottobre e anche in questo caso solo laddove siano state fruite integralmente tutte le precedenti settimane.

Solo per i datori di lavoro dei settori turismo, fiere e congressi, parchi divertimento, spettacolo dal vivo e sale cinematografiche l’integrazione per le 4 settimane aggiuntive può essere richiesta anche per periodi decorrenti antecedentemente al 1° settembre 2020, ferma restando  anche in questo caso, la condizione che gli stessi abbiano interamente fruito del periodo di integrazione salariale precedentemente concesso fino alla durata massima di 14 settimane.

Al riguardo si potrebbe porre un’ulteriore questione, posto che andrebbe specificato meglio quali settori rientrino esattamente nelle attività indicate, come nel caso del “turismo”. Bar e ristoranti di città turistiche estremamente legate alla stagionalità, ad esempio, sono attività la cui esatta collocazione risulta piuttosto complessa e che la norma contenuta nel nuovo decreto non chiarisce adeguatamente.

Più in generale, le 5 settimane aggiuntive per la fruizione degli ammortizzatori sociali, da fruire entro il 31 agosto 2020, potrebbero non risultare sufficienti. 

Altra novità introdotta dal nuovo decreto del governo riguarda la Cassa integrazione in deroga, in relazione alla quale le domande per il trattamento non andranno più trasmesse alla Regione, ma alla sede dell’Inps competente. Per velocizzare l’erogazione delle integrazioni salariali, poi, sono stati aggiornati i termini di evasione delle domande. In particolare, sono 2 i punti di novità:

  • qualora il datore di lavoro decida di anticipare il trattamento, la domanda va inoltrata entro il termine del mese successivo a quello in cui sono state sospese o ridotte le attività lavorative
  • nel caso in cui, invece, venga richiesto un pagamento diretto da parte dell’Inps, l’istanza va inoltrata entro il quindicesimo giorno dalla sospensione o riduzione delle attività, mentre l’Istituto dovrà autorizzare il trattamento entro il quindicesimo giorno dalla presentazione dell’istanza.

Infine, i provvedimenti in materia di imprese contenuti nel nuovo Decreto non sembrano essere immuni a dubbi di costituzionalità. Il fatto che l’accesso agli ammortizzatori sociali sia diverso a seconda dei settori in cui operano le imprese potrebbe risultare discriminatorio e, di conseguenza, contrastare con quanto stabilito dall’articolo 3 della Costituzione. E dubbi di possibile incostituzionalità del provvedimento emergono anche considerando l’articolo 41, che sancisce la libertà di impresa.

licenziamenti, contratti a termine e nuovi permessi.

Con il Decreto Rilancio è stato ampliato a 5 mesi dall’entrata in vigore del Decreto Cura Italia (17 marzo 2020) il divieto di avvio e di proseguimento delle procedure relative ai licenziamenti collettivi. Sino alla scadenza di tale periodo, il datore di lavoro non potrà inoltre effettuare licenziamenti per giustificato motivo oggettivo e sono sospese le procedure eventualmente già pendenti. Resta invece ammessa la possibilità di risolvere consensualmente i contratti.

Con riferimento alla sospensione delle procedure pendenti, l’avvocato Angelo Quarto, partner dello Studio Legale Lablaw, ha ricordato i possibili paradossi che potrebbero scaturire dagli ultimi provvedimenti dell’esecutivo, con particolare riferimento alle procedure di licenziamento collettivo iniziate prima del 17 marzo 2020. A tal proposito, l’avvocato ha citato il caso di una nota azienda, che lo scorso febbraio aveva comunicato la propria decisione di cessare l’attività, avviando una procedura di licenziamento collettivo. La procedura era stata sospesa con l’entrata in vigore  il decreto Cura Italia mentre, con il nuovo Decreto Rilancio, la sospensione è stata estesa fino al 16 agosto 2020. La società, inoltre, avendo indicato come causale dei licenziamenti collettivi la cessazione delle attività (e non l’emergenza Covid), non potrebbe accedere agli ammortizzatori sociali speciali messi a disposizione per questa fase.

Per quanto riguarda i licenziamenti individuali, a fronte del divieto già previsto dal Decreto Cura Italia ed esteso dal Decreto Rilancio, secondo l’avvocato Quarto, la norma non stabilisce quale sia la conseguenza in caso di violazione di tale precetto. A tal proposito, si profilerebbero due scenari possibili. Il licenziamento eventualmente intimato in questo periodo potrebbe risultare nullo (anche se la nullità dovrebbe essere espressamente prevista dalla legge), oppure potrebbe essere considerato inefficace sino al termine del periodo “cuscinetto”. In tale ultima ipotesi, si potrebbero comunque intimare licenziamenti, i quali avrebbero validità alla scadenza dei 5 mesi fissati per decreto dal Governo.

Il divieto di licenziamento non può essere esteso, invece, nemmeno in via analogica, ai contratti di lavoro a tempo determinato, che potranno quindi essere cessati, anche se la loro scadenza originariamente pattuita dovesse verificarsi durante il periodo emergenziale.

Sotto diverso profilo, può sorgere invece la necessità di prolungare la durata dei contratti di lavoro a tempo determinato;  tal proposito è da segnalare la nuova norma di cui all’articolo 93 del Decreto Rilancio,  in base alla quale per far fronte al riavvio delle attività in conseguenza all’emergenza epidemiologica da Covid-19, i datori di lavoro possono rinnovare o prorogare fino al 30 agosto 2020 i contratti di lavoro a tempo determinato in essere al 23 febbraio 2020 anche in assenza delle condizioni di cui all'articolo 19 comma I del D.Lgs. n. 81/2015(cd “causali”). Tale previsione deve ritenersi applicabile anche ai contratti di lavoro a tempo determinato in somministrazione. 

Novità, infine, per quello che riguarda congedi e permessi speciali. I congedi parentali speciali sono estesi fino ad un massimo di 30 giorni nel periodo che va dal 5 marzo al 31 luglio, con retribuzione al 50% e contribuzione figurativa piena. Ai titolari di permessi ex legge 104/1992 vengono aggiunti ulteriori 12 giorni per i mesi di maggio e giugno. In alternativa alla fruizione dei congedi parentali, vengono stanziati bonus baby sitter fino a 1200 euro, che possono essere utilizzati anche per il pagamento dei centri estivi.

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