talento e coinvolgimento dei giovani: il successo di modena volley

04/11/2015 21:22:45

Lo scorso 3 novembre a Modena è stata presentata la partnership tra Randstad e DHL Modena Volley. Società pallavolistica tra le più blasonate, il club emiliano è stato riportato ai massimi livelli da Catia Pedrini, nominata presidente nel 2013 e già capace di conquistare una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. La strategia aziendale è stata fin da subito improntata alla ricerca del talento e al massimo coinvolgimento dei giovani. Un percorso che ha trovato ben presto un punto d’unione con Randstad e una strategia di cui Catia Pedrini ha voluto parlare per celebrare l’inizio di questa collaborazione.

C’è una cosa su tutte che colpisce quando si visita il sito web di Modena Volley. Nella sezione organigramma, ogni dirigente - dal presidente ai commerciali passando per l’addetto stampa - è fotografato in tuta, come accade ai ‘normali’ giocatori. Considerando che il claim di Randstad è “la stessa passione nel lavoro e nello sport”, l’associazione tra le due filosofie è piuttosto immediata. 

Catia Pedrini: “E’ proprio così. Il giorno che abbiamo scattato quelle foto, io ho portato con me la felpa. I fotografi erano stati piuttosto chiari, dicendomi che il presidente non poteva vestirsi così. Ma ho insistito perché la nostra strategia aziendale è stata impostata sulla base di un sistema democratico nel quale si ascoltano le voci di tutti, si presta attenzione alle dissonanze che costituiscono motivo di confronto, di crescita e, magari, anche di una correzione nella direzione intrapresa. Queste sono conquiste per le quali bisogna lavorare a lungo, mettendosi in discussione quotidianamente. Ma quello che noi siamo è la somma del valore di ognuno di noi”.

Da quando si è insediata, lei ha scelto uno staff e da lì è partita senza titubanze, tornando ad essere una delle società più importanti d’Italia. L’ultima coppa Italia era stata vinta 17 anni fa, e lei l’ha riportata a Modena. Quanto è difficile saper scegliere le persone giuste di cui circondarsi? Anche in democrazia, del resto, deve esserci una persona che, dopo aver ascoltato tutti, prende le decisioni…

CP: “Credo che sia un’eredità del mio percorso imprenditoriale precedente. La qualità umana di cui ci si circonda è fondamentale. Penso a un episodio, l’abbraccio dato dalla squadra nel giorno del debutto a Nicholas Sighinolfi, un ragazzo di 21 anni. Quello è l’emblema dell’affetto che circola nel nostro ambiente. È un affetto reale. Fatto di condivisione, sudore e anche confronto. I momenti di difficoltà non mancano. Non dimenticate che il nostro ‘core business’ è una squadra sportiva, fatto che ci porta a soffrire, patire e a commettere inevitabili errori. Però, in questo momento particolare a livello sociale, il valore delle persone all’interno di un gruppo è fondamentale e in questo credo con tutte le mie forze”.

Alle sue scelte in termini di staff hanno poi risposto sul campo altre decisioni. Quelle che vi hanno portato a investire in modo deciso su giovani ricchi di talento. Ora i risultati vi ripagano, ma immagino non sia stato scontato puntare sulla prospettiva e rischiare di non avere un ritorno immediato. È vero?

CP: “Noi abbiamo voluto a tutti i costi portare nella nostra squadra dei ragazzi come Matteo Piano, Luca Vettori e Salvatore Rossini, che ora sono tutti in Nazionale. Li abbiamo voluti perché sono dei giocatori di talento, ma anche perché sono persone speciali. Nel momento in cui sono arrivati a Modena, era forse più facile puntare su atleti nel pieno della maturità, giocatori già affermati. Noi abbiamo scelto dei giovani, consapevoli che con essi serva pazienza e solidità strutturale. Bisogna lasciarli sbagliare, ma anche raccoglierli quando cadono.Questo è quello che vogliamo e che sappiamo fare. E i risultati, adesso, sono straordinari”.

Lei parla spesso del divertimento come collante imprescindibile nel lavoro di una squadra e di una dirigenza. Come si può mantenerlo vivo nella quotidianità lavorativa e quanto è realmente importante?

CP: “Potrebbe sembrare retorico parlare di divertimento, ma non è così. Considerate la vita di un atleta. Apparentemente sembra all’insegna del divertimento, del semplice inseguimento di una passione. Ma non è affatto una vita semplice. Esistono dei guadagni considerevoli, che vanno però di pari passo a ritmi di lavoro incredibili. Abbiamo con noi degli atleti che non hanno avuto giorni liberi tra una stagione e l’altra, stretti tra gli impegni delle rispettive nazionali. Giocatori che non hanno mai vissuto un’estate da ragazzo. Se non si divertissero a fare quello che fanno, sarebbe molto dura. Per loro, come per noi, è difficilissimo lavorare se non si sta bene nel contesto lavorativo in cui ci si viene a trovare. Per questo è fondamentale divertirsi. Certe volte, i gruppi possono essere premiati da un’alchimia magica, che non sempre si può ricreare. Ma, in ogni caso, un lavoro serio e costante viene sempre premiato”.

Ha dichiarato di essersi avvicinata alla pallavolo perché per lei rappresenta un sogno. Il sogno può aiutare davvero la carriera di un dirigente, anche non sportivo?

CP: “La pallavolo è un sogno, contiene una dimensione onirica legata a gesti tecnici di una bellezza indescrivibile. La bellezza è insita in questo sport. Nel mondo, invece, c’è bisogno di bellezza e di ricominciare a sognare. Io ho avvertito il bisogno di restituire qualcosa di bello a questo territorio. Per me, ma soprattutto per mio figlio e la sua generazione. I giovani hanno bisogno di modelli di riferimento, di persone che credono valga la pena sostenere degli sforzi. Tu li fai per loro e loro, inevitabilmente, ti ripagheranno con gli interessi. Questo intendo per sogno”.