gestione del talento: l'esempio di gianluigi buffon

20/02/2015 20:34:12

Nell'evento Randstad "La gestione efficace di un talento e di un team", il portiere della Nazionale racconta i fattori necessari a raggiungere l'eccellenza

«Il talento è senza dubbio un dono di madre natura: è un'ottima base di partenza, ma per rimanere ad alto livello servono testa, perseveranza e abnegazione». Lo ha dichiarato il 10 febbraio Gianluigi Buffon, portiere e capitano della Nazionale italiana di calcio, nel corso workshop Randstad "La gestione efficace di un talento e di un team" tenutosi allo Juventus Stadium di Torino.


Nascita di un talento

Nella chiacchierata con Dino Ruta, docente di Human resources e Sport management alla Scuola di Direzione aziendale dell'università Bocconi, Buffon ha ripercorso le tappe principali della sua carriera, che l'ha portato dal campo del Canaletto, società dilettantistica di La Spezia, all'Olympiastadion di Berlino, in cui ha sollevato la Coppa del Mondo nel 2006.
Una vita, quella di Buffon, all'insegna del successo, determinato da indiscusse qualità tecniche e da un carattere esuberante e determinato, accompagnati da una costante crescita personale, senza la quale sarebbe stato impossibile confermarsi ai vertici: «Ho esordito in Serie A con il Parma a 17 anni: ero consapevole delle mie capacità e della fiducia di tecnico e società, ma avevo anche quella sfrontatezza che mi ha consentito di impormi. A quell'età ero già famoso, ma non ero maturo, volevo godermi la mia gioventù. Poi sono maturato, altrimenti non sarei diventato uomo».

L'ambiente giusto per crescere

La carriera di un calciatore, così come quella di un professionista e di un manager, è quindi un percorso di crescita costante alla cui base c'è sempre un elemento: la determinazione. «La domenica successiva all'ottimo esordio in Serie A l'allenatore non mi fece giocare – racconta Buffon –. Ci rimasi molto male, ma invece di lamentarmi, in settimana mi allenai al massimo per poter giocare da titolare il turno di campionato successivo e notai che molti compagni sembravano sostenermi».
Fondamentali è quindi la motivazione per guadagnare la fiducia di colleghi e superiori, ma un talento per sbocciare ha bisogno anche dell'ambiente giusto: «Ricordo che, da ragazzino, erano interessate a me, oltre al Parma, anche il Bologna e il Milan. È chiaro che, se avessi scelto io, sarei andato a Milano, ma i miei scelsero Parma, una città e un ambiente che mi hanno aiutato tantissimo a crescere. La famiglia è stata fondamentale per me: i miei genitori, entrambi atleti, mi hanno sempre “bacchettato” facendo sì che non andassi “fuori strada”».

Lavorare in team

E poi non bisogna dimenticarsi che, nel calcio come in azienda, non si gioca da soli, ma per la squadra: «Ho sempre fatto la mia parte per costruire il gruppo, cercando di portare energie positive. E dopo i 30 anni ho aumentato molto l'attenzione ai dettagli e alla cura del fisico: per restare a certi livelli sono necessari sacrifici e rinunce». E duro allenamento.
Campioni si nasce e si diventa, quindi, quando al talento naturale si uniscono la passione, la determinazione, la capacità di sacrificarsi e di mettersi a disposizione di un gruppo e di guadagnarsi la fiducia degli altri. Vale in campo, ma anche nella quotidianità di ognuno di noi.


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Immagini by LaPresse