aziende, è tempo di mettersi in forma

11/09/2015 17:35:21

Anche i lavoratori, indipendentemente dalla loro età, hanno bisogno di allenarsi. Per migliorare le proprie performance e fare la differenza nelle organizzazioni aziendali. Come racconta Luca Lorenzini, Solution Design Manager di Randstad HR Solutions

Lo sport, si sa, è spesso una metafora della vita. E anche del lavoro. Valori come motivazione, gioco di squadra, sacrificio fanno parte di entrambi i mondi. «Ma c'è un elemento, spesso sottovalutato, che soprattutto nelle organizzazioni aziendali fa la differenza: l'allenamento». Parola di Luca Lorenzini, Solution Design Manager di Randstad HR Solutions, che il 30 giugno allo Juventus Stadium di Torino ha introdotto l'evento La stessa passione nel lavoro e nello sport, che si è concluso con una partita di calcio tra i dipendenti e i clienti Randstad.

Luca, puoi spiegarci perché l'allenamento, anche nel mondo del lavoro, è così importante?

«Partiamo della definizione di "allenamento": è un'attività metodica di preparazione fisica e psicologica che consente di raggiungere risultati migliori. In poche parole,più si ripete un gesto, una giocata, più si riuscirà a compierlo nel modo migliore. Questo vale non solo nelle attività sportive, ma anche nel lavoro: è necessario allenare continuamente il proprio talento per migliorare le proprie performance».

Una regola valida a qualsiasi età...

«Sì, con le dovute differenze.I lavoratori, infatti, devono sottoporsi ad allenamenti diversi in base alla propria seniority. Per fare un paragone con il mondo del calcio, i giovani che entrano in squadra devono sviluppare capacità differenti rispetto ai veterani. Devono imparare a conoscere l'ambiente in cui si trovano, adattare il loro stile di vita a quello dei professionisti, definire gli obiettivi per il futuro. Lo stesso succede per i giovani al primo impiego o con poca esperienza, quelli che appartengono alla fascia d'età compresa tra i 15 e i 29 anni: hanno bisogno innanzitutto di formazione per orientarsi nel mercato del lavoro e di sviluppare competenze di base e trasversali, come lavorare in gruppo, comunicare in maniera ufficiale e così via».

Per i più senior, invece, che cosa cambia?

«Quando si entra nella fascia compresa tra i 30 e i 49 anni si accede a una fase di maturità e complessità maggiore: l'attenzione alle performance è più alta e si deve cercare di esprimere il massimo del proprio potenziale. Solitamente, è il momento in cui si raggiungono gli obiettivi prefissati e si trova il proprio posto in squadra, esprimendo anche le proprie doti di leader. È l'età in cui il lavoratore acquisisce la piena consapevolezza delle proprie capacità: anche per questo le aziende tendono a proporre metodologie di apprendimento più sfidanti, con allenamenti personalizzati per i manager di talento. I lavoratori che appartengono a questa fascia devono imparare a gestire la complessità aziendale e la sua costante evoluzione».

E poi ci sono gli over 50. Come si stanno comportando le aziende al riguardo?

«È un tema molto delicato, questo. Le organizzazione stanno cambiando e tra dieci anni gli over 50 rappresenteranno una cospicua parte della popolazione aziendale. Ritornando alle metafore sportive, servono allenamenti mirati che consentano agli over 50 di cambiare il proprio modo di “giocare”, di reinventarsi e di sviluppare nuove abilità. Faccio un esempio: tempo fa dei giornalisti hanno chiesto a Usain Bolt (il velocista giamaicano campione del mondo di atletica, ndr) se potesse competere anche in un'altra disciplina come il salto in lungo. La sua risposta è stata emblematica: solo allenandosi con un allenatore specializzato e training mirati uno sprinter può riuscire a cambiare e competere nel salto in lungo. Ecco, questo è, in parte, quello che viene richiesto oggi agli over 50».

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