«le competenze tecniche spesso non bastano».

16/10/2015 11:10:37

I ragazzi validi, soprattutto in ambito tecnico e tecnologico, non mancano. Ma in molti già al primo colloquio dimostrano di non avere l'atteggiamento giusto dimostrando poca energia ed entusiasmo. Per questo, secondo Massimo Martignoni, Financial & HR Manager di Perar, è necessario preparare gli studenti anche ad affrontare i primi passi nel mondo produttivo

«Il gap scuola-lavoro? Spesso si manifesta già al primo colloquio». Parola di Massimo Martignoni, Financial & HR Manager di Perar Spa, azienda di Rescaldina, nell’Altomilanese, che disegna, produce e vende in tutto il mondo valvole a sfera per il settore Energy, con 250 dipendenti e un fatturato di 150 milioni di euro. Un'affermazione perentoria, la sua, che riassume bene lo scenario nel quale operano molte aziende produttive, come emerge anche da questa intervista.

Dottor Martignoni, allora è vero che scuola e università non preparano adeguatamente i ragazzi alle esigenze delle aziende?
«Difficile fornire una risposta esaustiva, ma può aiutare parlare del momento in cui i candidati si presentano in azienda per un colloquio: in molti sembrano svogliati, dimostrano poco entusiasmo, manifestano scarsa voglia e trasmettono poca energia. Un'impressione che va al di là della sfera tecnica e delle competenze: anche molti laureati, con profili rispondenti a posizioni aperte per stage, non vengono presi considerazione per questo motivo. Proprio su questo aspetto mi sono confrontato spesso anche con scuole e agenzie per il lavoro, con cui collaboriamo da anni».

E che cosa emerge da questo confronto?
«Da parte mia, ripeto sempre che è importante ricordare al candidato l'importanza del colloquio: è come un biglietto da visita, chi sta dall’altra parte della scrivania impiega pochi secondi a percepire alcuni atteggiamenti negativi che spesso possono pregiudicare un'opportunità di impiego. E poi mi rivolgo anche alle scuole: perché non dedicare una o più giornate a spiegare come si costruisce un curriculum vitae o a come ci si presenta in azienda? Si tratta di aspetti tutt’altro che secondari: varrebbe la pena che gli insegnanti vi dedicassero un po’ più di tempo».

Atteggiamenti a parte, qual è la sua impressione sui ragazzi con cui è entrato in contatto?
«Ragazzi validi ce ne sono, soprattutto quelli che vogliono mettersi in gioco partendo dal basso, “sporcandosi le mani” in produzione, perché lo ritengono un percorso utile alla loro formazione».

Com’è il rapporto tra Perar e il mondo della scuola?
«Collaboriamo stabilmente con il Politecnico di Milano e l'università Liuc di Castellanza, i due atenei da cui provengono molte delle figure che entrano in azienda. Il rapporto funziona: alcuni ragazzi sono stati assunti dopo uno stage e sono tutt'ora in azienda. Inoltre, proprio in questi giorni stiamo stipulando una convenzione con una scuola di formazione per tornitura e lavori meccanici da cui potremo attingere candidati. Infine, è in via di definizione un accordo con l’Istituto tecnico industriale Bernocchi di Legnano per un periodo di stage di quattro settimane rivolto ai ragazzi in procinto di frequentare l’ultimo anno».

Il rapporto con la scuola funziona, quindi. E con le agenzie per il lavoro?
«Vale più o meno lo stesso discorso. La percentuale di persone somministrate e poi stabilizzate in Perar è molto alta. Il messaggio che mandiamo alle agenzie è chiaro: se un ragazzo entra in azienda per una posizione a tempo determinato e dimostra di valere, non abbiamo difficoltà a stabilizzarlo. Cerchiamo di far sentire fin da subito i lavoratori somministrati parte del progetto: per noi queste persone rappresentano un investimento, e per loro è un’occasione da sfruttare per imparare un lavoro e, chissà, mantenerlo nel tempo

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