Le iscrizioni agli istituti tecnici e professionali sono in calo. Ma c'è un percorso di studi con un'impronta decisamente operativa che offre buona possibilità di lavoro per le figure tecniche grazie alla collaborazione con le aziende produttive: si chiama Istruzione e Formazione Professionale e ce ne parla Mauro Colombo, direttore del Cnos-Fap di Arese

Il gap-scuola lavoro esiste ed è un problema? La risposta potrebbe essere presa da una pubblicità di qualche tempo fa: per molti, ma non per tutti. Basta dare un occhio alle iscrizioni agli istituti scolastici: se quelli tecnici e professionali ogni anno perdono studenti (-3% per i primi dal 2007/08, -5% per i secondi, secondo i dati Isfol, l'istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori), confermando lo scarso feeling tra i giovani e l'offerta formativa più tecnica, c’è chi in questi ultimissimi anni sta vivendo un autentico boom di iscrizioni. È il sistema di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), che nel 2013/14 ha segnato, in soli 12 mesi, una crescita dell’8,7%, vale a dire 26mila iscritti in più rispetto all'anno precedente. In Italia, così, sono 328mila gli studenti iscritti a questi corsi, di cui 42mila in Lombardia.
Ma di che cosa si tratta esattamente? E questo tipo di percorso di studio, nato sperimentalmente nel 2003 e diventato parte dell'ordinamento solo nel 2011, può essere la risposta al gap scuola-lavoro evidenziato tanto dalle aziende quanto dai lavoratori più giovani? Risponde a queste domande Mauro Colombo, da sette anni direttore del Cnos-Fap di Arese, che ospita 740 iscritti in sette settori professionali (meccanico, grafico, automotive, elettrico, legno-mobili, ristorazione e agricolo), con una percentuale di occupati a sei mesi dalla fine del percorso che tocca punte del 65%.

Dottor Colombo, scuola e lavoro sembrano essere mondi molto distanti, almeno per quanto riguarda una parte consistente dell'offerta formativa. Eppure in molti settori legati al mondo produttivo e all'industria si assiste a una sorta di paradosso: ci sarebbero delle opportunità, ma mancano i ragazzi pronti a coglierle, nonostante i numeri confortanti. Il rapporto diffuso pochi giorni fa dall’Isfol, infatti, evidenzia come il 50% dei giovani qualificati sia occupato e solo il 23% disoccupato; una percentuale molto minore rispetto alla disoccupazione giovanile italiana che si attesta intorno al 40%. Il segreto quindi è la specializzazione?
«Nel nostro caso, direi di sì. Rispetto agli istituti tecnici e a quelli professionali, gli ex Ipsia per intenderci, la nostra offerta ha un’impronta decisamente più operativa. Veniamo visti dalle famiglie e dai ragazzi come una scuola che prepara all’ingresso nel mondo del lavoro. Le aziende lo sanno e accolgono sempre volentieri i nostri studenti».

Servono quindi programmi mirati a preparare i ragazzi al mondo del lavoro.
«Posso dire che il nostro piano formativo, sempre rispetto ad altri indirizzi simili, è molto più sbilanciato verso l’aspetto tecnico-professionale. Da noi, fin dal primo anno, circa metà delle ore settimanali sono dedicate all’indirizzo prescelto: su 31 ore, 15 sono occupate da materie tecnico-professionali con tanto tempo trascorso nei laboratori. Il programma triennale si conclude con la qualifica di operatore, poi c’è la possibilità di fare un quarto anno per ottenere un diploma di tecnico e un quinto presso un istituto professionale di Stato per arrivare alla maturità. Qui ad Arese il 60-70% di chi ottiene una qualifica prosegue gli studi anche il quarto anno e un 25% si iscrive anche al quinto anno».

Le aziende spesso lamentano uno scarso dialogo con il mondo dell'istruzione, causa principale del gap scuola-lavoro. In pratica, i giovani arrivano in azienda senza aver maturato sufficiente esperienza e impreparati ad affrontare le sfide lavorative. Oltre a programmi mirati verso l'aspetto tecnico-professionale, quindi, è imprescindibile anche un rapporto stretto della scuola con l'impresa.
«Certamente. Il nostro istituto vanta una collaborazione con 800 aziende del territorio, le quali sono pronte ad accogliere, durante l’anno, almeno 500 studenti in stage, che per gli studenti del secondo e del quarto dura cinque settimane, mentre per quelli del terzo addirittura sette. Le aziende con cui siamo in contatto sostengono che, al termine del percorso, i ragazzi sono pronti a entrare nel mondo del lavoro».

Un altro tema importante e spesso trascurato è quello dell'orientamento: non è facile per i giovani scoprire le proprie attitudini e individuare una propria strada.
«Io mi rivolgo a loro con un'espressione di Don Bosco, che evidenzia come il nostro percorso formativo sia particolarmente adatto ai ragazzi che hanno “l’intelligenza nelle mani”, coloro che scoprono di avere una spiccata attitudine pratico-operativa e vogliono potenziarla, senza ovviamente trascurare il loro bagaglio di cultura generale».

Per facilitare il dialogo scuola-lavoro, un ruolo importante lo stanno giocando le agenzie per il lavoro...
«La nostra collaborazione con Randstad si è concretizzata la scorsa primavera con l’organizzazione di un corso di specializzazione in ambito elettrico per i ragazzi che hanno conseguito la qualifica di operatore a giugno, allargato anche a ragazzi provenienti da altri istituti. È l’alternativa al nostro quarto anno ed è stato pensato per coloro che vogliono dedicarsi a una specializzazione tecnica: un corso da 250 ore, che durerà fino a dicembre, e che potrebbe portare ai primi inserimenti lavorativi già a inizio  2016».

A proposito di 2016: ci sono altre iniziative in programma?
«Sì. L’idea con Randstad è quella di attivare un corso di riqualificazione da proporre ai nostri qualificati o a diplomati che non hanno trovato occupazione nel settore di competenza. Vorremmo dare loro un’altra opportunità in settori in cui c’è offerta formandoli attraverso un pacchetto di competenze di base e trasversali che potrebbero tornare utili in ogni campo».

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