Riduzione dell'Irap, patent box, compensazione dei crediti: il Governo con i provvedimenti varati a dicembre è sceso in campo per favorire la crescita delle aziende. Finance ha approfondito questi punti con Samuele Murtinu, docente all'Università Cattolica di Milano

Le imprese italiane non mollano. Anche se la svolta, che sembrava vicina, in realtà non è (ancora) arrivata. Lo testimoniano i dati discordanti delle ultime settimane: il Fondo monetario internazionale, ad aprile, ha rivisto al ribasso (+0,4%) le stime di crescita per il 2015 del nostro Paese rispetto al +0,7% indicato dal Documento di economia e finanza del Governo, mentre l'Istat nei giorni scorsi nella sua Prospettiva per l'economia italiana nel 2015-2017 ha stimato un Pil in crescita dello 0,2% rispetto alla previsione precedente del +0,5%. Numeri discordanti, quindi, ma con una certezza: molte delle aziende italiane faticano ancora a uscire dalla crisi, nonostante il Governo abbia inserito a dicembre, nella Legge di stabilità 2015, alcune misure a sostegno delle imprese. Funzioneranno? Finance ne ha parlato con Samuele Murtinu, docente di economia politica all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Professor Murtinu, che cosa ne pensa delle misure contenute nella Legge di stabilità 2015? Possono favorire le attività delle imprese?

«Ci sono sicuramente alcuni provvedimenti utili: uno di questi è la proroga per un anno della compensazione dei crediti commerciali vantati nei confronti della Pubblica amministrazione. È un problema fondamentale che il nostro Paese deve risolvere: molte piccole imprese generano utili, ma falliscono perché non riescono a recuperare liquidità. Ma ci sono anche altre misure interessanti».

Ad esempio?

«Il patent box, che detassa del 30% i redditi aziendali provenienti dall'utilizzo di beni intangibili prodotti da attività di ricerca e sviluppo (es. brevetti, marchi). La detassazione sarà del 40% nel 2016 e del 50% nel 2017. Una misura, questa, che cerca di favorire chi innova. Poi ci sono i 220 milioni stanziati a sostegno del piano straordinario per promuovere il made in Italy: 130 milioni di euro previsti per quest'anno, 50 milioni per il 2016 e 40 per il 2017. L'obiettivo è quello di aiutare l'internazionalizzazione delle imprese italiane, in particolare quelle medio-piccole».

Tra i provvedimenti c'è anche la riduzione dell'Irap. Come giudica questa misura?

«Sebbene sia stato eliminato il taglio dell'aliquota del 10% che era stato promesso a partire da quest’anno, per le imprese sarà possibile dedurre, ai fini del calcolo dell'Irap, il costo del lavoro per tutti i lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato. In questo modo si favorisce quest'ultima forma contrattuale rispetto al tempo determinato. Per i lavoratori autonomi senza dipendenti che non possono dedurre dall'Irap il costo del lavoro è stato previsto un credito d'imposta del 10%. Come ha sottolineato la Cna – Confederazione nazionale dell'artigianato e della piccola e media impresa – è una misura che consentirà di abbassare nel 2015 il Total tax rate, il peso complessivo del fisco, delle piccole e medie imprese, che passerà dal 63,9% del 2014 al 62,2%. L’abbattimento poteva essere più corposo se non ci fosse stato l'aumento dell'Irpef e dei contributi previdenziali dei lavoratori».

Un problema non da poco, quello della tassazione delle nostre aziende...

«Sì, assolutamente. L'alta tassazione è uno dei fattori che non attrae investimenti stranieri. Secondo il sito forexinfo.it la pressione fiscale sulle imprese nel nostro Paese nel 2014 è stata pari al 65,4%: per fare un paragone, nel Regno Unito è pari al 33,7%. E a rincarare la dose, ultimamente, è stato anche il rapporto Doing Business 2015 della World Bank, che studia le regolamentazioni che favoriscono o limitano l’attività imprenditoriale, anche a livello fiscale: l'Italia è ultima nei Paesi dell'Europa a 28 e 141esima al mondo».

Che cosa servirebbe, secondo lei, per aumentare la crescita?

«Bisogna favorire in ogni modo gli investimenti privati, sia delle imprese che dei singoli cittadini nell’economia reale. Un esempio? Si potevano investire diversamente i dieci miliardi di euro che il Governo ha utilizzato per la stabilizzazione del bonus Irpef da 80 euro, che non incidono sui consumi, e cercare di aiutare le imprese a spingersi sui mercati al di fuori dell’Europa dove non c'è crisi di domanda».