quando la passione per il lavoro (work engagement) diventa ossessione e malattia (workaholism)

24/08/2016 11:03:58

Il capitale umano è il cuore di ogni organizzazione e puntare sulla sua valorizzazione è fondamentale per raggiungere e superare gli obiettivi di business. Se sana passione e vero interesse per il lavoro animano i dipendenti, le possibilità che l’azienda proceda dritta verso il successo aumentano sensibilmente. Passione e dedizione per il lavoro non devono superare, però, certi limiti, oltre i quali si sconfina nella sfera della dipendenza e dell’ossessione. E, quando questo accade, è l’intero ambiente di lavoro a risentirne, il clima generale al suo interno e i rapporti tra i colleghi - in definitiva, la stessa produttività aziendale.

È a partire dai primi anni Settanta del secolo scorso che cominciano, in ambito di psicologia del lavoro, dibattiti e studi su work engagement e work addiction, o workaholism, e sulla necessità di differenziare questi due atteggiamenti nei confronti del lavoro che, se per un verso si trovano ai poli opposti di un ideale continuum, dall’altro sono separati da confini piuttosto labili.

Secondo la definizione più usata (Schaufeli, Salanova, González-Romá & Bakker, 2002), per work engagement s’intende l’assunzione di uno stato psicologico positivo di fronte al lavoro caratterizzato da disponibilità, impegno, benessere e creatività. Alti livelli di energia, dedizione e identificazione col proprio lavoro fanno del work engagement lo stato mentale in grado di produrre i migliori risultati sia in termini di evoluzione personale, sia di crescita aziendale, perché assicurano l’alta qualità delle performance.

Il work engagement indica, in definitiva, quel sano coinvolgimento nel lavoro che produce perseveranza, entusiasmo e appagamento, innescando un circolo virtuoso dagli effetti benefici sulla soddisfazione del singolo e dell’organizzazione. I soggetti con una simile predisposizione d’animo non provano sensi di colpa, disagio, spaesamento e insoddisfazione quando non lavorano, non trascurano la vita privata e non hanno difficoltà a coltivare interessi e relazioni al di fuori della sfera professionale.

Quest’attitudine “ottimistica” porta i dipendenti “work-engaged” a concentrarsi sugli eventi positivi che accadono nel corso dello svolgimento delle loro attività e a non dare eccessivo peso a quelli negativi, per questo in loro i sentimenti positivi tendono ad avere la meglio su quelli negativi. Ma se il work engagement si avvicina ai livelli di guardia - quelli in cui l’identificazione nel lavoro sfocia nel totale assorbimento - si tenderà a dare un gran peso anche ad esperienze negative e a rimanere più coinvolti in situazioni stressanti. Se poi, una volta fuori dall’ufficio, non si riuscirà nemmeno ad attivare il distacco psicologico necessario per “disintossicarsi” e vedere tutto sotto un’altra luce, allora si sarà raggiunto il livello di rischio, quello oltre il quale c’è il workaholism.

Il termine nasce nel 1971 dalla crasi tra work e alcoholism operata dallo psicologo americano Wayne Edward Oates e suggerisce efficacemente l’idea di un rapporto ossessivo-compulsivo con il proprio lavoro, molto simile a quello della dipendenza da droghe, fumo, alcool o gioco d’azzardo: si sente la necessità di aumentare la dose per soddisfare il bisogno. E, come ogni dipendenza, anche il workaholism può avere effetti deleteri sulla salute fisica e mentale.  

I lavoratori affetti da questa sindrome, ancora molto sottovalutata, si dedicano ossessivamente al lavoro per riempire un vuoto emotivo e tentare di sconfiggere un senso d’inadeguatezza che, in molti casi, deriva dal rapporto con un genitore affetto egli stesso da “dipendenza da lavoro”, perciò assente e avido di parole positive d’incoraggiamento.

La necessità compulsiva di dedicare al lavoro quante più ore possibili toglie tempo ed energie alla coltivazione di rapporti interpersonali e genera solitudine. Questa, in aggiunta alla stanchezza, provoca irritabilità, ansia e depressione, che gettano il workaholic in uno stato d’insoddisfazione, per sfuggire al quale egli sarà indotto a buttarsi di nuovo nel turbinio del lavoro.

Posto dunque che la mania del lavoro ha cause endogene, evitare carichi di lavoro eccessivi ed interferenze inopportune nel tempo libero e nella vita privata dei propri dipendenti, assicurare insomma il mantenimento di un clima il più possibile sereno nell’ambiente di lavoro, non può che giovare al destino stesso dell’azienda.  


categorie Employer Branding