Si intensifica la competizione sul talento: il 49% delle aziende italiane ha assunto professionisti provenienti da società tech.

Per colmare la carenza di competenze, il 58% delle aziende italiane punta sulla flessibilità con contratti a termine, freelance e collaborazioni esterne, oltre a fare affidamento su servizi di consulenza tecnologica.

Le competenze più difficili da reperire sono architettura dei sistemi e orchestrazione AI, seguite da quelle trasversali. Per il 58% delle imprese italiane è più difficile trovare professionisti tech con solide capacità di comunicazione che sole competenze di programmazione.

L'intelligenza artificiale sta trasformando la domanda di lavoro dei profili tecnologici e al momento, anziché sostituire i professionisti, sta spingendo le assunzioni nel settore: l'86% delle aziende italiane sta aumentando il proprio organico tech, proprio perché l’AI consente di ampliare i servizi e generare nuovi ricavi. 

Ma sta anche intensificando la competizione per i talenti: per rispondere alla necessità di profili specialistici, in Italia metà delle imprese (49%) non tecnologiche ha assunto profili provenienti da imprese tech, arrivando a offrire retribuzioni fino al 60% superiori rispetto a quelle delle imprese IT e software per attrarre talenti specializzati.

Mentre cambiano profondamente le skill richieste ai candidati: Le più difficili da reperire tra i candidati in Italia sono l'architettura dei sistemi e l'orchestrazione dell'AI, ma subito dopo vengono pensiero critico, intelligenza emotiva e capacità di risolvere problemi complessi.

È quanto emerge da Tech Talent in Transition: creare una workforce AI-ready, la ricerca realizzata da Randstad, in cui sono stati intervistati 1.100 responsabili delle decisioni tecnologiche in 11 Paesi, tra cui l’Italia, e analizzati oltre 20 milioni di annunci di lavoro e circa 100 milioni di profili professionali nel settore tech. 

Secondo la ricerca, le imprese italiane stanno ridefinendo le proprie strategie per far fronte alla carenza di profili specializzati, combinando nuove assunzioni, reskilling interno e flessibilità esterna: nell’ultimo anno, il 58% ha cercato di colmare le lacune sulle competenze AI critiche con formule di lavoro flessibili - come contratti a termine, freelance o collaboratori ingaggiati dall’estero — a cui si affianca, per i progetti a maggiore complessità, il ricorso a servizi di consulenza tecnologica.

“In questa fase di sviluppo, l’intelligenza artificiale sta aprendo grandi opportunità nel settore tech, ridefinendo le competenze richieste e scatenando una forte competizione sui talenti – afferma Maria Pia Sgualdino, Senior Director Randstad Digital. - Servono professionalità sempre più specializzate, capaci di unire solide skill tecniche a competenze umanistiche, indispensabili per trasformare il potenziale tecnologico in risultati concreti. Sono profili difficili da trovare e per i quali non esiste un’unica strategia di talent acquisition e retention: le aziende devono attrarre i migliori professionisti sul mercato - anche attraverso formule di inserimento flessibili — e contemporaneamente valorizzare le risorse interne con una mappatura continua delle competenze.   Questo significa superare i canali di recruiting tradizionali e investire sulla formazione continua, così da disporre delle giuste capacità esattamente quando servono per sostenere la trasformazione digitale e culturale dell’organizzazione”.

Le competenze più richieste dal mercato. 

Proprio perché l'intelligenza artificiale automatizza la scrittura di codice e l'esecuzione di attività routinarie, oggi è in atto una profonda rivoluzione delle skill richieste ai profili tecnologici. Le più difficili da reperire tra i candidati in Italia sono l'architettura dei sistemi e l'orchestrazione dell'AI (indicate come le più critiche dal 38% delle imprese), seguite da quelle trasversali, come pensiero critico, intelligenza emotiva e capacità di risolvere problemi complessi (25%), poi la leadership interfunzionale e gestione di progetti articolati (16%) e ancora audit, etica dei dati e prevenzione dei bias algoritmici (14%). La crescente importanza delle capacità umane è confermata dal fatto che il 58% delle imprese italiane ritenga più difficile trovare professionisti tecnologici con solide capacità di comunicazione e gestione degli stakeholder rispetto a figure dotate di sole competenze di programmazione.

La domanda di talenti tech. 

La domanda di competenze tecnologiche è sostenuta dai benefici economici dell'intelligenza artificiale. Il 48% delle aziende italiane dichiara che l'AI sta generando un ritorno sull'investimento significativamente superiore ai costi di implementazione, il 45% riconosce il valore prodotto dalla tecnologia, pur a fronte di costi operativi rilevanti. Soltanto il 7% non ha ancora ottenuto i risultati o i miglioramenti di efficienza attesi. Tra gli ambiti in cui le imprese italiane dichiarano di ottenere maggiore valore dall'intelligenza artificiale figurano la manutenzione predittiva e la gestione delle catene di fornitura e delle scorte (61%), data cleaning, strutturazione e gestione dei dati (48%), l'automazione della generazione di codice e dei test software (40%) e il potenziamento della cybersecurity e del rilevamento delle minacce (22%).

La competizione per i talenti. 

La crescita nella domanda di competenze legate all’AI si scontra con una carenza strutturale, che sta scatenando una competizione fra aziende tech e settori tradizionali, mentre la mobilità che ha caratterizzato il settore tecnologico in Italia o all’estero in alcuni casi ha reso più semplice assumere talenti tecnologici in altri settori. 

In Italia, il 49% delle aziende ha assunto professionisti provenienti da imprese tech, mentre per il 38% le elevate aspettative retributive di questi professionisti rappresentano ancora un ostacolo al recruiting. Il passaggio da un settore all’altro non sembra portare criticità: appena l’'8% segnala difficoltà legate alla diversa cultura aziendale o alle aspettative sulle modalità di lavoro, mentre il 4% teme che i professionisti assunti possano tornare nelle grandi aziende tecnologiche una volta migliorate le condizioni del mercato.

Le Retribuzioni. 

La competizione per i talenti tecnologici si riflette anche nelle retribuzioni, con le imprese dei settori non tecnologici disposte a offrire compensi sensibilmente superiori rispetto alle aziende IT per attrarre professionisti specializzati. In Italia, secondo le stime retributive analizzate da

Randstad, gli sviluppatori software nel settore bancario, finanziario e assicurativo percepiscono una retribuzione mediana superiore del 43% rispetto ai colleghi delle imprese IT e software. Il differenziale sale al 46% nel manifatturiero e raggiunge il 60% nel settore farmaceutico e delle scienze della vita. Un divario che evidenzia come la competizione per le competenze digitali coinvolga ormai trasversalmente i diversi settori dell’economia.

La flessibilità. 

Per colmare il divario di competenze AI, il 58% delle imprese italiane mette al primo posto le formule flessibili (professionisti temporanei, freelance e contractor). Seguono le assunzioni a tempo indeterminato (34%), la riqualificazione del personale interno (6%) e l'automazione delle attività tramite AI (2%). In questo scenario, un canale sempre più strategico è rappresentato dalla consulenza tecnologica, a cui le aziende si rivolgono per integrare rapidamente competenze ad altissima specializzazione.

Sul fronte dell'attrazione dei talenti flessibili, il 27% delle imprese italiane privilegia professionisti provenienti da mercati internazionali distanti, il 16% risorse presenti sul territorio nazionale e il 15% profili nearshore. A trasformarsi sono anche gli strumenti di ricerca: il 55% delle aziende impiega oggi i marketplace digitali come canale di recruiting tecnologico. 

Le certificazioni contano più delle lauree. 

Tra le peculiarità del mercato italiano, c’è il peso attribuito alle certificazioni specialistiche rispetto ai percorsi accademici tradizionali. In Italia, per l’assunzione di profili tech il 50% delle imprese privilegia le micro-certificazioni e le certificazioni rilasciate dai fornitori tecnologici, contro il 41% rilevato a livello globale. E soltanto il 35% delle aziende italiane considera la laurea in informatica un requisito imprescindibile, rispetto al 42% internazionale. Un ulteriore 15% delle organizzazioni italiane attribuisce maggiore importanza all'esperienza pratica dimostrabile rispetto sia ai titoli accademici sia alle certificazioni. Dati che evidenziando un orientamento verso competenze specialistiche verificabili e immediatamente applicabili, ma anche opportunità di accesso alle professioni tecnologiche anche per chi ha seguito percorsi formativi alternativi all'università.

La gestione dei rischi AI. 

La necessità di governare i sistemi AI porta le aziende a investire anche nella gestione dei rischi. In Italia, il 50% delle organizzazioni utilizza strumenti software per monitorare la sicurezza dell'intelligenza artificiale, il 47% aggiorna le competenze dei propri team tecnologici in materia di compliance e sicurezza e il 45% si affida a consulenti e fornitori esterni specializzati. Inoltre, il 41% assume professionisti dedicati all'audit, all'etica e alla conformità normativa dell'AI, mentre il 29% ha istituito comitati o gruppi di lavoro interfunzionali per la governance di queste tecnologie.

tech talent in transition: creare una workforce AI-ready.

vai alla ricerca