randstad employer branding research: scopri come costruire un forte employer brand

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Stipendio più basso che altrove, benefit aggiuntivi meno interessanti, ma anche la mancanza di un buon equilibrio tra vita lavorativa e professionale. Sono diverse le ragioni che spingono un dipendente a cambiare il proprio lavoro. È questo quello che emerge dall’ultimo rapporto Randstad Employer Brand Research, l’indagine condotta da Randstad su un campione di quasi 163 mila persone provenienti da 31 Paesi del mondo. Un focus specifico è stato riservato alla situazione del nostro Paese: in Italia, il panel degli intervistati è composto da 6590 persone tra giovani studenti, occupati e inoccupati, di età compresa tra i 18 e i 64 anni.

La ricerca mira, tra le altre cose, a stabilire quali siano gli aspetti che rendono l'azienda il luogo ottimale in cui lavorare, in un’ottica di soddisfazione dei lavoratori (leggi anche: per quali ragioni i dipendenti restano in azienda). 

A spingere le risorse alla ricerca di una nuova occupazione non sono quindi solo ragioni economiche, ma anche fattori emotivi, come la voglia di trovare nuove opportunità e di crescere professionalmente. 

Dal rispetto del work-life balance ad un clima aziendale sereno: ecco tutti gli aspetti sul quale un’azienda italiana deve puntare per non vedersi sfuggire i talenti.

chi resta, chi cambia, chi vuole cambiare.

Prima ancora di tracciare le principali ragioni che spingono un lavoratore a cambiare azienda, è importante osservare i diversi profili di lavoratori analizzati dalla ricerca. 

Nell’Employer Brand Research, i dipendenti sono infatti stati divisi in tre categorie principali per fornire una fotografia della situazione. La prima è quella dei cosiddetti stayers, ovvero i lavoratori regolarmente assunti e soddisfatti della loro occupazione. La seconda è, invece, composta dagli switchers. Sotto questo gruppo rientrano tutti i dipendenti che hanno cambiato datore di lavoro nell’arco degli ultimi sei mesi. A questi vanno, infine, affiancati gli intenders, ovvero i dipendenti che pur non avendo ancora trovato una nuova occupazione, hanno comunque intenzione di cambiare il proprio datore di lavoro nell’arco dei prossimi sei mesi.

chi cambia lavoro: la fotografia in Italia.

L’11% dei lavoratori in Italia ha cambiato azienda nella seconda metà del 2021, facendo registrare un aumento di tre punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. 

Tenendo conto, invece, delle categorie di lavoro, sono gli operai che hanno cambiato azienda in misura maggiore rispetto agli impiegati. Negli ultimi sei mesi del 2021 lo ha fatto quasi un operaio su due (48%) contro il 22% degli impiegati. 

In ogni caso, resta largamente maggioritaria la percentuale di chi è rimasto con la stessa azienda, ossia l’89% degli intervistati.

cambiare lavoro: quando è il momento.

Un intervistato su quattro ha dichiarato di voler cambiare datore di lavoro nella prima metà del 2022.

Percentuali in aumento rispetto alle rilevazioni della scorsa edizione del report sono state registrate sia tra i dipendenti che hanno paura di perdere il posto di lavoro sia tra chi non ha questo timore.

In particolare, il 34% di chi ha paura di perdere il posto intende cambiare datore di lavoro nella prima metà del 2022 (contro il 27% dello scorso anno). Tra chi, invece, non ha questa preoccupazione, intende cambiare azienda il 17% (contro l’11% del 2021).

L’intenzione di cambiare datore di lavoro nei primi sei mesi del 2022, in particolare, interessa il 38% degli impiegati e il 44% degli operai.

quali sono i motivi per cambiare lavoro.

Parlando di switchers, la ragione principale che ha spinto i lavoratori italiani a cambiare è stata, nel 62% dei casi, l’atmosfera di lavoro piacevole. Il secondo attributo più importante per questa categoria di dipendenti è, invece, il work life balance, indicato dal 59% degli intervistati.

Sul gradino più basso del podio, nella classifica delle motivazioni per cambiare azienda, sono stati indicati, nel 57% dei casi, retribuzione e benefit interessanti

Il buon clima sul posto di lavoro, curiosamente, è anche la principale ragione (indicata dal 66% del campione) che ha spinto gli stayers a decidere di restare nella stessa azienda, a pari merito con il buon equilibrio tra vita lavorativa e vita privata.

Un attributo che è emerso con forza dall’indagine, in particolare tra i lavoratori di età inferiore ai 35 anni, è la crescita professionale. Per due dipendenti italiani su tre, infatti, l’azienda per cui lavorano dovrebbe garantire la possibilità di crescere. Il 36% del campione ha indicato questo attributo come “molto importante”. 

Non è casuale, quindi - anzi coerente con questi dati - che l’80% del campione ritenga molto importante che il datore di lavoro offra la possibilità di riqualificazione o miglioramento delle competenze. Vedi anche: talent mobility: fidelizzare e valorizzare i dipendenti tramite la mobilità interna.