mobbing: che cos’è, come riconoscerlo e come affrontarlo

29/11/2016 12:32:06

Affrontare una situazione di “mobbing”

Da qualche decennio ormai anche in Italia si sente parlare di “mobbing” per alludere ad una forma di violenza psicologica perpetrata sul posto di lavoro da uno o più soggetti a danno di un collega. Qual è l’origine del termine e quali atteggiamenti denota nello specifico? Conoscerne l’esatta definizione e fenomenologia è il primo passo per identificare il suo manifestarsi e capire se si è davvero vittima di mobbing, al fine di mettere in atto le giuste strategie per affrontarlo e difendersi dalle sue logoranti conseguenze.

Cos’è il mobbing?

Il termine “mobbing” deriva dall’inglese “to mob”, che significa “attaccare, assalire in massa”. Sin dalla fine dell’Ottocento il vocabolo è stato impiegato in campo psicologico, fino ad assumere una specifica valenza in ambito lavorativo. Oggi per “mobbing” s’intende una serie di comportamenti aggressivi e vessatori esercitati da colleghi o superiori: sottrazione di progetti di responsabilità e assegnazione di compiti umilianti; spostamenti continui di ufficio o postazione; calunnie, pettegolezzi e provocazioni verbali; rimproveri continui in pubblico, anche per ragioni futili; esclusione dagli scambi comunicativi aziendali.

Questi atteggiamenti, se sistematici e continuativi, mirano ad emarginare e isolare la vittima, accerchiandola: l’obiettivo intenzionale dei persecutori è il suo annientamento psicologico e, dunque, professionale. Messa nell’impossibilità di svolgere il proprio lavoro, la vittima è indotta a dare le dimissioni; non sono rari i casi in cui, a causa del suo scarso rendimento, essa viene licenziata.

Le conseguenze del mobbing sul soggetto-vittima, il cosiddetto “mobbizzato”, sono infatti devastanti e si aggravano esponenzialmente: dal fastidio e disagio iniziali si passa ad un diffuso senso di insicurezza, fino ad arrivare a veri e propri disturbi psicosomatici, emozionali e comportamentali. Cefalea, tachicardia, dolori gastrici, insonnia, ansia, farmacodipendenza: nei casi più gravi, il mobbing può provocare manie ossessive, depressione e, più in generale, compromettere le relazioni sociali e familiari dell’individuo.

Come affrontare il mobbing

Il primo passo per uscire dal ruolo di vittima e far capire ai propri carnefici che non si è disposti ad accettare i loro soprusi è chiedere aiuto, aiuto da ricercare al tempo stesso in due diversi ambiti: psicologico e giuridico. Intraprendere un percorso psicoterapeutico è fondamentale per recuperare la propria autostima ed affrontare gli atti di violenza psicologica senza perdere la calma, per trovare il coraggio di denunciare gli atteggiamenti all’interno dell’ambiente di lavoro, di fronte agli altri colleghi, prima, e ai propri superiori, poi.

Se la denuncia “pubblica” non dovesse sortire alcun effetto, il passo successivo è quello legale, finalizzato, a seconda dei casi, al risarcimento dei danni subiti e/o, nell'ipotesi di licenziamento, assolto il relativo onere della prova, che incombe in capo al lavoratore, la reintegra nel posto di lavoro. Nell’eventualità in cui si decida di intraprendere questa strada, ci si può rivolgere ad un legale oppure ad una delle associazioni o sportelli di mobbing attivi sul territorio, presso le ASL o i sindacati.

A differenza di altri paesi europei, nell’ordinamento giuridico italiano non esiste una normativa specifica a tutela del lavoratore contro il mobbing. In compenso, la Giurisprudenza fa riferimento a diversi articoli della nostra Costituzione che tutelano la dignità della persona e che rimandano a fattispecie contemplate poi da alcuni articoli del Codice Penale. In ogni caso, il concetto richiamato per difendere giuridicamente il soggetto è la tutela della salute del lavoratore, da intendersi quale stato di completo benessere psico-fisico.

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