politiche attive del lavoro e responsabilità sociale: l’inserimento professionale dei migranti.

25/07/2019 09:42:27

L'Europa perde ogni anno 3.000.000 di lavoratori  che vanno in pensione e non sono sostituiti da nessuno semplicemente perché chi dovrebbe sostituirli non è ancora nato. In Italia, nei prossimi vent'anni, per mantenere costante la popolazione in età lavorativa, si avrà bisogno di 325.000 lavoratori stranieri all'anno. Senza si avrebbe un calo di lavoratori da 36 a 29 milioni e un invecchiamento della popolazione, con più di 65 anni, dal 13,3 a 17,8 milioni. In più i giovani italiani emigrati all'estero nel 2017 sono stati ca 200.000 e parimenti nel 2018. 

Gli occupati stranieri in Italia rappresentano il 10,5 % della forza lavoro e producono l'8,7% del PIL. Il 18,4% nel settore alberghiero e della ristorazione., il 17,4% in quello delle costruzioni, il 16,7% in agricoltura.

Dal libro di Stefano Allievi “5 cose che tutti dovremmo sapere sull'immigrazione (e una da fare)”.

Quello dei flussi migratori è un fenomeno che ci pone di fronte a molteplici sfide. Come persone e come società. Per favorire l’integrazione e l’inclusione sociale di migranti e stranieri, le politiche attive del lavoro si avvalgono di due strumenti: 

  • la formazione;
  • le opportunità professionali. 

Politiche attive del lavoro: alcuni dati

Secondo l’ottavo rapporto annuale “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, al 1 gennaio 2018 i migranti con un lavoro sono 2.422.864. Nel II trimestre del 2018, il tasso di occupazione dei lavoratori stranieri UE si attesta al 64,3%, dunque ad un livello più alto del 58,7% del tasso degli italiani - anch’esso in aumento rispetto al II trimestre 2017 - e del 61,2% degli Extra UE, ugualmente in crescita tendenziale.Circa il 70% degli occupati stranieri nel nostro Paese è inserito nel contesto lavorativo come operaio. Laura Zanfrini, Responsabile settore economia e lavoro fondazione ISMU, commenta così l’indagine: “Un mercato del lavoro sempre più eterogeneo e plurale, in cui dobbiamo affrontare i limiti dell'assioma della complementarietà, che è strutturalmente discriminatorio. Dobbiamo mettere a frutto un potenziale inespresso; costruire percorsi per le persone a rischio di esclusione; scommettere sui centri per l'impiego e le competenze trasversali; rimettere al centro il concetto di lavoro dignitoso per tutti”. 

Il rapporto è stata l’occasione per discutere della posizione delle imprese in questo contesto, delle politiche attive del lavoro e del ruolo delle Agenzie per il lavoro (che vengono interpellate nel 51,5% dei casi dagli stranieri in cerca di occupazione), oltre che un’opportunità per implementare azioni di CSR ad hoc per una fascia della popolazione oggettivamente in difficoltà. 

Politiche attive del lavoro: quali sono gli obiettivi

Attraverso politiche attive del lavoro, l’integrazione lavorativa degli stranieri in Italia diventa preludio di integrazione sociale. L’inserimento professionale dei migranti partecipa a una sana crescita del mercato del lavoro italiano ed europeo, promuove la piena autonomia dei lavoratori. Gli stranieri in cerca di occupazione sono una grandissima risorsa per tutta la società e in loro si raccolgono le sfide che stanno caratterizzando il mondo del lavoro di oggi. 

Politiche attive del lavoro: Randstad Without Borders

In questo contesto e focalizzato in particolare sulla Responsabilità Sociale è nato Randstad Without Borders, un progetto che prevede interventi formativi e successivi programmi di inserimento lavorativo dedicati a stranieri e migranti. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di sviluppare e valorizzare le competenze già esistenti dei candidati al fine di aiutarli a trovare un lavoro. In questo modo, sarà possibile stimolare l’autonomia e la coscienza lavorativa dei cittadini stranieri residenti in Italia, promuovere la crescita sia personale che professionale, al di là delle barriere linguistiche e culturali. 
A tal proposito Randstad Without Borders offre ai candidati dei percorsi formativi dedicati, nonché incontri rivolti ai genitori sull’orientamento professionale dei figli. 

Il progetto pilota è partito in collaborazione con grandi realtà imprenditoriali, prima fra tutte Intercos, azienda leader nel settore cosmetico B2B, che ha dato la disponibilità ad inserire persone richiedenti asilo all’interno dell’organico aziendale, dopo aver frequentato un corso di formazione. 
Intercos ha attivato il progetto all’interno di vari interventi di Social Accountability su cui l’azienda si sta attivamente impegnando.
Abbiamo fatto alcune domande a Giorgio Bassani, Human Resources, Organisation & CSR Global SVP di Intercos, per capire quali sono stati i risultati.

Com'è nata l'idea del progetto e perché Intercos ha deciso di realizzarlo con Randstad? 

"Intercos è leader internazionale nella Cosmetica B2B. La nostra forza è costruire forti e durature partnership con i nostri clienti ed essere in grado di collaborare su tutti i fronti. Le grandi aziende multinazionali sono quelle che più di tutte hanno lanciato la sfida sui temi della sostenibilità, della CSR  e della Social Accountability sia per motivi di branding che per l’impatto di scala che grandi realtà hanno sull’ambiente, sulla popolazione e sui consumatori in genere. In Italia, il progetto ‘Randstad Without Borders’, ci ha dato la possibilità di agire con un approccio di attenzione alla comunità, su un tema indubbiamente importante a livello Paese e con un partner affidabile".

Quali sono state le fasi salienti del progetto? Ci sono state criticità particolari? 

"Una volta deciso di implementare il progetto, abbiamo selezionato i partecipanti. Randstad si è occupata di entrare in contatto con le autorità e le associazioni sul territorio per individuare le persone richiedenti asilo che avrebbero potuto prestare la propria attività sui siti di Agrate Brianza e di Dovera. Abbiamo poi svolto insieme delle attività di assessment per identificare il gruppo che avrebbe preso parte alla formazione. 
In questa fase, le criticità sono state due: la prima sicuramente quella legata alla lingua, dato che il target che abbiamo preso in considerazione doveva avere una conoscenza almeno discreta dell’italiano e questo non è sempre un aspetto scontato, soprattutto per chi è arrivato da poco. La seconda invece ha a che fare con le “quote rosa”: abbiamo avuto difficoltà a reperire partecipanti di sesso femminile, in quanto purtroppo le donne vivono problematiche di integrazione maggiori.
Una volta formata l’aula (18 persone), abbiamo coinvolto i ragazzi in un corso di formazione della durata di circa un mese. In questa fase gli studenti hanno partecipato a visite aziendali presso i nostri siti produttivi ed hanno avuto modo di carpire dal vivo le attività su cui sarebbero stati coinvolti. Alla fine della formazione, abbiamo selezionato 9 persone per iniziare il tirocinio nei nostri diversi reparti
".

Com'è andata l'integrazione con gli altri colleghi? 

"L’integrazione con i colleghi e con l’intera struttura è stata molto soddisfacente. Ovviamente, c’è stato bisogno di momenti di adattamento da parte di tutti e in particolare da parte dei partecipanti che per la prima volta si trovavano a lavorare all’interno di un’organizzazione complessa come sono i nostri reparti di produzione. Fondamentale in quest’ottica è stata la parte di formazione iniziale in cui sono stati toccati sia temi legati alle nostre specifiche produzioni/prodotti, sia temi legati all’integrazione in una diversa cultura, sia nazionale che lavorativa".

Delle 9 persone che hanno svolto il tirocinio presso Intercos 6 sono state confermate. Abbiamo chiesto a Elisabetta Rivolta, Recruiting and Employer Branding Global Sr. Manager di Intercos, se consiglierebbe ad altre aziende di implementare questo tipo di progetto.

“Certamente lo consiglierei, perché Without Borders è un progetto che arricchisce l'azienda sotto vari aspetti" Prima di tutto, a livello strumentale è un’iniziativa che porta all’azienda un ritorno di employer branding veramente incredibile, soprattutto grazie alla comunicazione interna ed esterna del progetto stesso. Inoltre, l’inserimento di queste persone nell’organico ha portato una diversità positiva in azienda. Sono ragazzi che hanno fortemente voluto questo percorso, sono stati selezionati e formati: c'è stato un vero e proprio iter di qualificazione delle persone, che sono diventate dei “professionisti della cosmetica”. Infine, quindi, è stato un valore aggiunto anche per noi formare delle persone sulle nostre tecnologie. Queste sono le cose sicuramente più positive e del perché lo consiglierei.”

 

leggi l'intervista di Francis, assunto da Intercos grazie a randstad without borders.

qui