verso una società super-aged

01/07/2015 16:41:15

Il costante invecchiamento della popolazione mondiale porta con sé non solo conseguenze demografiche, ma nuove sfide e nuove preoccupazioni per la crescita economica dei Paesi di tutto il mondo

Sono definite “super-aged societies”. Letteralmente “società super-anziane”, termine che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni: identifica quei Paesi in cui almeno un abitante su cinque ha già compiuto 65 anni. E se al momento sono soltanto tre le Nazioni che possono “fregiarsi” di questo titolo (Giappone, Germania e, in terza posizione, proprio Italia), si stima che entro il 2030 saliranno a 27. Un dato che è solo uno dei tanti segnali che testimoniano l'inesorabile invecchiamento della popolazione mondiale. È necessario quindi fare i conti con un nuovo assetto demografico che avrà conseguenze anche sul piano economico-finanziario.

Flexibilty@Work2015

Secondo lo ricerca internazionale annuale Flexibility@Work2015, curata da Randstad, grazie ai miglioramenti nelle aspettative di vita ci stiamo avviando verso un mondo in cui la popolazione “senior”  passerà dai circa 500 milioni attuali a oltre un miliardo e mezzo entro il 2050 (più o meno un cittadino su sei). Situazione che muterà da continente a continente – l'Africa vivrà un annunciato boom demografico, mentre l'Europa si confermerà la parte più anziana del pianeta –  ma che, unita a un tasso di nascite piuttosto stagnante, ci consegnerà un mondo decisamente più anziano.

I Paesi che invecchiano di più

Quello che è stato a lungo considerato solo come un problema socio-demografico, in realtà, avrà ripercussioni radicali anche nelle economie dei singoli Paesi. In una nazione anziana, infatti, diminuisce il tasso di occupazione, a causa della sempre maggior presenza di persone non più in età da lavoro. È sufficiente prendere a esempio un Paese che sta invecchiando decisamente in fretta: in Cina il numero di lavoratori per persona anziana sarà di 6 nel 2020, di 4,2 nel 2030 e di 2,6 nel 2050. Un ritmo senza precedenti che, secondo le previsioni, rallenterà la crescita economica globale dello 0,4% nei prossimi cinque anni, e dello 0,9% tra il 2020 e il 2025. Oltre a Cina, Giappone e Corea del Sud, sono proprio alcune nazioni europee (Germania, Italia, ma anche Francia, Svezia, Olanda, Portogallo e Croazia) quelle che dipenderanno da percentuali sempre più ridotte di persone in età lavorativa, mentre la situazione di altri Paesi sviluppati come Stati Uniti e Australia sembra preoccupare meno.

Welfare e active ageing

La questione non è di poco conto: meno lavoratori vuol dire meno contribuenti, proprio quando l'aumento di persone oltre i 65 anni renderà necessari più interventi nel welfare, nella salute pubblica e soprattutto più pensioni (che, si stima, nell'Europa del 2050 assorbiranno da sole il 15% del Pil). Vanno intesi soprattutto in questo senso i diffusi innalzamenti dell'età pensionabile in ogni parte del mondo e le politiche di active ageing e di outplacement messe in piedi da numerose aziende.
Ma per fronteggiare un cambiamento di tale portata sembrano inevitabili riforme ben più radicali, che attraverso una razionalizzazione delle risorse e una gestione oculata dei flussi finanziari possano sostenere la produttività interna, vera linfa per lo stato di salute di ogni Paese.


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categorie Norme e Diritti