La possibilità di accedere a forme di lavoro flessibile è diventata una parametro piuttosto importante nella scelta di un’azienda da parte dei lavoratori. Un trend che è stato certamente favorito e accelerato dalla situazione vissuta negli ultimi anni, che ha favorito il diffondersi dello smart working, del lavoro da remoto e di forme contrattuali più flessibili, tipiche della gig economy.

Ciò ha ridefinito inevitabilmente i paradigmi tradizionali del lavoro, spingendo molti dipendenti a ripensare alle proprie priorità e a ricercare un maggior grado di libertà e autonomia.

Il lavoro flessibile, dunque, è qui per restare, ma nel nostro Paese non sempre viene favorito. È quanto emerge dal Randstad Workmonitor, l’indagine semestrale sul mondo del lavoro, condotta in 34 Paesi, su un campione di oltre 800 dipendenti ciascuno, di età compresa tra i 18 e i 67 anni.

In questo articolo cercheremo di capire che cos’è la flessibilità, quali sono le principali forme di lavoro flessibile e quanto è importante per i dipendenti italiani nella scelta di un’azienda.

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Randstad Workmonitor: scopri ciò che i dipendenti desiderano e si aspettano dai loro datori di lavoro.

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lavoro flessibile
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che cos’è il lavoro flessibile?

Con il termine flessibilità, in ambito professionale, si fa riferimento a rapporti di lavoro alternativi alle forme tradizionali che prevedono orari standard e sedi fisse. Ciò che cambia, dunque, sono il quando e il dove si può lavorare. Una modalità di lavoro sempre più favorita e semplificata dalla costante  innovazione digitale, che consente di beneficiare di forme di lavoro come lo smart working e l’e-working.

La flessibilità può rivelarsi un vantaggio non solo per i dipendenti, che possono conciliare meglio la propria vita lavorativa con quella personale, ma anche per le aziende e le organizzazioni che la consentono. Tale approccio, infatti, risponde a quelli che sono desideri e necessità dei lavoratori e, di conseguenza,favorisce una maggiore soddisfazione professionale , un maggior grado di engagement e un maggior livello di attrattività dell’azienda nei  confronti dei migliori talenti sul mercato, il tutto con ricadute positive sull’ employer brand, la produttività e la competitività dell’azienda

quali sono le forme di lavoro flessibile?

Come abbiamo anticipato, il lavoro flessibile è una forma alternativa alle tradizionali 40 ore settimanali da svolgere in ufficio o in azienda.

La flessibilità del lavoro, in tal senso, può essere ricondotta:

  •  a forme contrattuali che non prevedono un rapporto di tipo indeterminato tra azienda e lavoratore
  •  a tutte quelle modalità di prestazione lavorativa che consentono al lavoratore di svolgere la propria attività in autonomia,dal punto di vista degli orari, della sede e della programmazione del proprio lavoro. 

L’introduzione di forme di lavoro flessibile, a livello legislativo, è stata dettata in particolare da due esigenze: incrementare i livelli di occupazione, da una parte; regolarizzare i rapporti di lavoro già in corso, dall’altra.

Tra le principali forme di lavoro flessibile, sono inclusi:

  • il contratto di somministrazione, a tempo determinato o indeterminato, che prevede un rapporto trilaterale tra agenzia per il lavoro (somministratore), utilizzatore (l'impresa presso la quale il lavoratore svolge la propria attività) e lavoratore con lo scopo di favorire le esigenza di flessibilità di azienda e dipendenti sia a breve che a lungo termine.
  • il lavoro part-time che prevede la presenza del lavoratore solo per un certo numero di ore durante la giornata (part time orizzontale), un certo numero di giorni durante la settimana (part time verticale) o un'unione delle due modalità (part time misto) 
  • il lavoro a chiamata o intermittente, che consiste nella disponibilità data da un lavoratore a prestare servizio nel momento in cui una determinata organizzazione o azienda lo necessitano. Il datore di lavoro, dal canto suo, è tenuto a retribuire il lavoratore per tutto il tempo in cui ha effettivamente prestato servizio.Possono esistere forme di lavoro intermittente più o meno vincolanti per il lavoratore.il contratto di lavoro ripartito, nel momento in cui due lavoratori eseguono una sola obbligazione di lavoro nei confronti dello stesso datore di lavoro.
  • il lavoro autonomo (o freelance) in cui il lavoratore svolge in autonomia le proprie mansioni, senza vincoli di subordinazione e dietro erogazione di un corrispettivo
  • lo smart working, ovvero il rapporto di lavoro subordinato in cui il dipendente lavora per obiettivi, senza vincoli di orario o luogo 
  • il telelavoro o lavoro da remoto, un'altra forma di lavoro in cui il dipendente viene incentivato a lavorare per obiettivi e a scegliere liberamente la propria sede di lavoro, nonostante sia vincolato ai classici orari di ufficioInfinetutti quei rapporti di lavoro occasionali, riservati in particolare alle categorie sociali a rischio esclusione.

lavoro flessibile in Italia.

Nonostante il tema della flessibilità stia diventando sempre più centrale nelle considerazioni dei lavoratori italiani, secondo i risultati dell’indagine Randstad Workmonitor, sarebbero altrettante le aziende che non lo hanno ancora recepito.

I due aspetti principali della flessibilità, ossia il quando e il dove si lavora, vengono infatti applicati oggi, secondo gli intervistati, con una incidenza inferiore del 30% alle loro attese e con un divario significativo rispetto a quanto fatto dalle aziende straniere. 

Per i lavoratori italiani, poi, il quando è più importante del dove. In termini percentuali, ha espresso preferenze per orari di lavoro flessibili l’83% degli intervistati contro il 70% che, invece, propende per una maggiore flessibilità sul dove lavorare.

Grazie al ricorso più massiccio allo smart working, la flessibilità sul lavoro degli italiani è senza dubbio migliorata, ma ancora non basterebbe a soddisfare a pieno le esigenze dei dipendenti. Solo un’azienda su due, infatti, offrirebbe una flessibilità oraria ai propri lavoratori. La percentuale scende al 40%, invece, quando si parla di flessibilità del luogo di lavoro.

La conseguenza di questi numeri è che il 27% degli intervistati ha già lasciato un lavoro che, a suo giudizio, non garantiva una sufficiente flessibilità. La percentuale sale al 49% se si considera solo la fascia d’età compresa tra i 18 e i 24 anni.

quanto è importante per i lavoratori italiani la flessibilità.

La richiesta di maggiore flessibilità da parte dei lavoratori italiani è coerente con la già nota ricerca di un miglior equilibrio tra sfera professionale e vita privata. Una ricerca che, tuttavia, secondo quanto emerso dal Randstad Workmonitor, presenta ancora delle criticità. 

Emergono, comunque, differenze all’interno del campione analizzato. Ad esempio, il 44% degli intervistati preferirebbe ancora la formula di lavoro tradizionale. Si tratta di un risultato abbastanza trasversale, con un’unica, ma significativa differenza di genere. Tra gli uomini, infatti, la percentuale si attesta al 48% contro il 39% di preferenze registrato tra le donne.

Sempre in termini di orario di lavoro, emerge la richiesta di una settimana di lavoro ridotta e limitata a soli quattro giorni. Il 31% degli intervistati ha espresso preferenze in questo senso, in misura maggiore tra le donne (39%) rispetto agli uomini (24%) .

La differenza più accentuata, in ogni caso, emerge quando si confrontano generazioni differenti di lavoratori. I rapporti di lavoro meno convenzionali, infatti, sono tanto più apprezzati quanto minore è l’età dei lavoratori (35% dei junior contro il 18% registrato tra i senior.)

La misura dell’importanza della flessibilità sul lavoro, soprattutto tra le generazioni più giovani, è chiara se si considera che  quasi un dipendente su due (49%), della fascia tra i 18 e i 24 anni, lascerebbe la propria azienda nel caso in cui non garantisse una flessibilità sufficiente. La percentuale, invece, scende al 12% se si tiene conto solo dei lavoratori di età compresa tra i 55 e i 67 anni, la fascia corrispondente alla generazione dei cosiddetti baby boomers.

Agli intervistati è stato chiesto anche come preferirebbero impiegare il tempo liberato dalla logica del cartellino da timbrare: più di un dipendente su due (66%) lo convertirebbe in valore da trasferire alla propria famiglia. 

In seconda battuta, la priorità sarebbe dedicarsi alla cura di sé, principalmente da un punto di vista fisico (49%) e, solo in misura minore, mentale (19%).

Il 44% degli intervistati ha dichiarato che vorrebbe dedicare più tempo a coltivare le proprie passioni, il 34% a viaggiare, il 24% allo sviluppo e alla crescita personale, mentre il 12% alla socializzazione. Seguono attività di welfare familiare, indicate dal 26% del campione o comunitarie (13%). 

In conclusione, il work life balance è un’istanza prioritaria per i lavoratori e la flessibilità è uno dei modi possibili per migliorarlo. Su questo aspetto, in particolare, le aziende dovranno concentrarsi per attrarre, acquisire e fidelizzare i migliori talenti che il mercato ha da offrire.

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