cosa cercano i giovani dal mondo del lavoro secondo Rudy Bandiera.

Non ne sono certo al 100% ma conoscendo gli italiani e guardando un po’ fuori dall’Italia, posso dire che siamo l’unico Paese al mondo in cui un quarantenne viene ancora definito un “ragazzo”.

Abbiamo un concetto strano di giovinezza: non solo la preserviamo ma la innalziamo a valore come se fosse uno status raggiungibile con il duro lavoro, come che so, la posizione in azienda. A causa di questa stortura i quarantenni sono ragazzi, i trentenni sono i giovani e di quelli sotto ai 30 non ci occupiamo perché ci fanno una impressione strana, essendo troppo distanti da chi il mondo del lavoro lo costruisce davvero.

Ma, c’è un ma.

I veri giovani hanno un modo di concepire il lavoro del tutto diverso dalla nostra concezione dello stesso, cioè si rapportano al lavoro in maniera a noi del tutto sconosciuta. Va da sé che capire cosa pensano i giovani veri nei confronti del mondo del lavoro aiuta noi, che ci sentiamo giovani, ad interpretare al meglio non solo il mondo del lavoro stesso, ma anche a migliorare il nostro business.

I veri giovani non sono i millenials di cui si fa un gran parlare come se fossero la generazione più digitale che si possa immaginare, ma quelli nati ben dopo, che si avvicinano alla soglia del secondo millennio, creature nate e cresciute nel boom di Internet, quando i social erano già un fatto consolidato, abituati al -presunto- multitasking e all'uso di diversi dispositivi: 2 miliardi in tutto il mondo, un esercito che nel 2025 sarà il 30% della forza lavoro. 

Secondo lo studio “Visione del lavoro” dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto G. Toniolo di Milano i ragazzi (quelli veri, ripeto) hanno un approccio decisamente pragmatico (molto meno idealista di quanto non fosse il nostro) e una eccezionale capacità di valutare le opportunità sul mercato in cui il lavoro rappresenta soprattutto 2 cose, ovvero uno strumento per procurare reddito (94%) e un luogo di impegno personale e autorealizzazione (93%) 

Quando ero piccolo ricordo che i mie sognavano per me il posto in banca, il lavoro sicuro in cui poter stare per tutta la vita, portare a casa lo stipendio e poi attendere in pace la vecchiaia con una pensione che mi permettesse di vivere senza angosce: tutte cose assolutamente corrette, nel mondo finito nel 2008. E oggi invece?

Oggi le condizioni che i ragazzi valutano maggiormente nell’accettare un’offerta di lavoro a prescindere da quello che gli è stato raccontato dai genitori, non sono quelle legate al prestigio o alla dimensione di un’azienda ma quelle economiche e quelle legate alla coerenza con le proprie passioni (56%).

Questi ragazzi elevano le loro passioni a motori: non so se sia giusto o sbagliato, se ci porterà ad un mondo con “troppi Re e pochi Fanti” come diceva Caparezza, ma quello che so è che per anni noi (gli adulti) abbiamo detto ai ragazzi d’inseguire i propri sogni. Sembra ci abbiano preso in parola. 

Non solo: per anni abbiamo detto che questi giovani non hanno valori, che i ragazzi pensano solo a sé stessi, con egoismo. Ne siamo certi?
La “Generazione Greta” sembra molto più attenta alla collettività di quanto noi non si possa pensare e, va da sé, nella scelta di personale si dovrebbe fare molta attenzione a quali motivi spingano un candidato ad andare in un’azienda piuttosto che in un’altra.

Secondo il “Deloitte Millennial Survey” del 2018 i ragazzi ricercano dei valori concreti dalle aziende, valori che vogliono condividere. Il 75% dei giovani ritiene che i leader delle aziende si concentrino esclusivamente sui propri obiettivi piuttosto che porsi fini socialmente e ambientalmente più rilevanti e il 62% ritiene che le aziende non abbiano altri obiettivi all’infuori del profitto.

Sempre secondo la stessa ricerca i ragazzi, nel loro lavoro dei sogni, cercano questo:

  • Investire nelle nuove tecnologie.
  • Sviluppare iniziative di coaching.
  • Promuovere un migliore equilibrio vita-lavoro.
  • Favorire la comunicazione e il mix generazionale.
  • Prestare attenzione alla responsabilità sociale. 

I più attenti avranno notato probabilmente una particolarità in questo post, ovvero il fatto che da un lato si dice che questi ragazzi sono pragmatici e dall’altro che promuovano concetti come il benessere sul lavoro e la restituzione sociale, come nelle migliori scuole idealistiche ma in realtà, visto che stiamo parlando di una generazione nata in un mondo nuovo, anche il loro atteggiamento è nuovo.

A mio avviso questa generazione Z ha capito che l’idealismo e il pragmatismo, se visti in prospettiva, sono la stessa cosa.

L’avere rispetto per l’ambiente non è idealismo ma pragmatismo del più concreto, visto che sia noi che i nostri figli e nipoti vivranno sullo stesso nostro pianeta.

Avere un equilibrio tra vita privata e lavoro e seguire le proprie passioni non è idealismo ma pragmatismo che porta ad una vita felice e ad alto fatturato.

Questi ragazzi hanno molto più da insegnarci di quanto noi non si pensi e la prima lezione che dobbiamo imparare è che certi termini, certe etichette, non hanno più alcun valore in un mondo in cui i principi valoriali e concreti sono assolutamente sullo stesso piano.

I ragazzi sono un esercito che nel 2025 sarà il 30% della forza lavoro, dicevamo prima. 

Forse in Italia la percentuale sarà più bassa ma se vogliamo che ci paghino la pensione è ora di capirli, avvicinarci a loro e costruire le nostre aziende anche in base ai loro “pragmatici ideali”.

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Rudy Bandiera

Divulgatore, scrittore, consulente e TEDx speaker: sviluppa strategie e aiuta aziende e professionisti a generare fiducia e a comunicare in modo efficace online.
Ha tenuto lezioni, master e seminari un po’ ovunque, tra questi a IED, Ca' Foscari, UNIBO ed UNIFE, CUOA business school, e ha insegnato “teorie e tecniche di digital public relation” all’Università IUSVE, a Venezia e Verona.
Come relatore ha preso parte a decine di eventi di portata nazionale compresi il TEDx di Bologna, il Senato della Repubblica e la Camera dei Deputati ed ha inoltre presentato -tra gli altri- eventi ufficiali di Google o il TEDx di Roma.
Socio fondatore insieme a Riccardo “Skande” Scandellari di NetPropaganda, un laboratorio academy che si occupa di accompagnare aziende e privati nel creare la propria identità nel mondo digitale.
Ha scritto 4 libri su comunicazione digitale e tecnologia:
- Rischi e opportunità del Web 3.0
- Le 43 leggi universali del digital carisma
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