I costi energetici pesano sempre di più sui conti delle imprese italiane. La pressione normativa sulla sostenibilità si intensifica ogni anno. I clienti, i fondi di investimento e i partner commerciali chiedono trasparenza su emissioni, consumi e strategie ESG. In questo contesto, avere in azienda le figure giuste per gestire questi temi non è più un optional: è una condizione per restare competitivi.

L’energy manager e il sustainability manager sono le due professioni che presidiano questo spazio. Hanno competenze diverse e responsabilità distinte, ma concorrono allo stesso obiettivo strategico: rendere l’organizzazione più efficiente, più resiliente e più credibile sul fronte ambientale e sociale.

In questa guida analizziamo cosa fa ciascuna di queste figure, quando è obbligatoria la nomina dell’energy manager, quanto costa inserirle in organico, quali competenze cercare e come strutturare la ricerca.

punti chiave da ricordare.

  • L’energy manager è obbligatorio per legge nelle grandi imprese con consumi superiori a 10.000 TEP/anno nell’industria o 1.000 TEP/anno nei servizi (D.Lgs. 102/2014)
  • Il sustainability manager presidia la strategia ESG dell’organizzazione: non si occupa solo di ambiente, ma anche di governance, rendicontazione e relazioni con gli stakeholder
  • Le due figure hanno competenze complementari: spesso collaborano nello stesso team o rispondono allo stesso responsabile
  • La certificazione LEED e le altre certificazioni green (ISO 50001, ISO 14001) aumentano il valore dell’azienda sul mercato e facilitano l’accesso a finanziamenti agevolati
  • Il mercato dei profili green è caratterizzato da una forte carenza di talenti: la domanda supera l’offerta disponibile in quasi tutti i settori
  • Inserire queste figure in organico richiede una strategia di selezione mirata: i candidati con il profilo giusto raramente sono in cerca attiva di lavoro

transizione green: perché è una priorità per le aziende nel 2026.

La transizione energetica e la sostenibilità non sono più temi di nicchia riservati alle aziende con vocazione ambientalista. Sono diventati fattori competitivi trasversali che influenzano la capacità di accedere ai mercati finanziari, di vincere gare d’appalto, di attrarre talenti e di mantenere relazioni commerciali con partner e clienti sempre più esigenti sul fronte ESG.

Sul fronte normativo, il quadro si è stabilizzato con il recepimento delle nuove soglie dimensionali (Direttiva 2023/2775), che ha innalzato i limiti di fatturato e attivo dello stato patrimoniale per definire le Grandi Imprese. Nonostante questo innalzamento, nel 2026 la platea di aziende tenute alla rendicontazione ESRS rimane vasta, includendo tutte le realtà con oltre 250 dipendenti e un fatturato superiore ai 50 milioni di euro. Il Green Deal europeo e il pacchetto Fit for 55 definiscono obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni che le aziende devono incorporare nelle proprie strategie operative.

Sul fronte finanziario, i criteri ESG sono ormai integrati nei processi di valutazione di banche, fondi di private equity e investitori istituzionali. Un’azienda senza una strategia di sostenibilità credibile e documentata fatica ad accedere a finanziamenti a condizioni competitive.

In questo scenario, il Sustainability Manager diventa la figura chiave per gestire il processo di Doppia Materialità, garantendo che la sostenibilità non sia solo un report, ma uno scudo contro i rischi finanziari legati al clima.

energy manager: cosa fa per la tua azienda.

L’energy manager è il professionista responsabile della gestione efficiente dei consumi energetici dell’organizzazione. Il suo compito principale è ridurre i costi energetici e le emissioni associate, identificando inefficienze, proponendo interventi migliorativi e monitorando i risultati nel tempo.

In pratica, l’energy manager analizza i consumi di energia elettrica, gas, calore e altri vettori energetici nelle diverse unità produttive o sedi dell’azienda; elabora diagnosi energetiche e piani di efficientamento; valuta la fattibilità di investimenti in fonti rinnovabili, cogenerazione o sistemi di accumulo; gestisce i contratti di fornitura energetica; coordina le attività di monitoraggio e reportistica; e mantiene i rapporti con gli enti di certificazione e le autorità competenti.

In organizzazioni di grandi dimensioni, l’energy manager lavora a stretto contatto con la funzione operations, l’ufficio tecnico e la direzione finanziaria. Il suo contributo si misura in modo abbastanza diretto: riduzione della spesa energetica, miglioramento dell’intensità energetica (rapporto tra consumi e output produttivo) e avanzamento verso gli obiettivi di decarbonizzazione.

obblighi normativi: quando l’energy manager è obbligatorio.

Il D.Lgs. 102/2014, che recepisce la Direttiva sull’Efficienza Energetica, stabilisce l’obbligo di nomina dell’energy manager per le grandi imprese che superano determinate soglie di consumo energetico annuo:

  • Imprese del settore industriale: obbligo di nomina per consumi superiori a 10.000 TEP (tonnellate equivalenti di petrolio) all’anno
  • Imprese del settore civile, terziario e trasporti: obbligo per consumi superiori a 1.000 TEP all’anno
  • Imprese con più di 250 dipendenti o con fatturato superiore a 50 milioni di euro e bilancio superiore a 43 milioni: obbligo di diagnosi energetica ogni quattro anni, indipendentemente dai consumi

La nomina deve essere comunicata all’ENEA entro il 30 aprile di ogni anno. L’energy manager nominato deve possedere adeguate competenze tecniche: la Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia (FIRE) certifica i professionisti attraverso l’esame EGE (Esperto in Gestione dell’Energia), che rappresenta lo standard di riferimento per il settore.

Per le aziende che non raggiungono le soglie obbligatorie, la nomina volontaria di un energy manager o il ricorso a una società di servizi energetici (ESCo) può comunque generare ritorni economici significativi, specie in contesti ad alta intensità energetica.

impatto sui costi energetici: i risultati attesi.

Secondo un'analisi IEA su oltre 300 casi studio in 40 paesi, le aziende che introducono una funzione strutturata di energy management ottengono in media risparmi dell'11% sulla spesa energetica già nei primi anni di attività, con punte fino al 30% e oltre nei contesti con impianti obsoleti o processi mai ottimizzati. Per un’azienda manifatturiera con una bolletta energetica annua di 2 milioni di euro, un risparmio del 15% vale 300.000 euro l’anno: un ritorno sull’investimento in genere di gran lunga superiore al costo del professionista.

Il valore dell’energy manager non si esaurisce nella riduzione dei costi diretti. Include anche la gestione del rischio: la capacità di anticipare l’impatto delle variazioni del mercato energetico sulla struttura dei costi, di diversificare le fonti di approvvigionamento e di strutturare contratti che riducano la volatility. In un contesto di prezzi energetici instabili come quello attuale, questa competenza ha un valore strategico che va ben oltre la gestione operativa.

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sustainability manager: il ruolo strategico in azienda.

Il sustainability manager presidia la strategia di sostenibilità dell’organizzazione nella sua accezione più ampia: non solo la dimensione ambientale, ma anche quella sociale e di governance, i tre pilastri del framework ESG. È una figura che integra la direzione strategica e l’operatività aziendale, con responsabilità che spaziano dalla rendicontazione non finanziaria alle relazioni con gli stakeholder, dalla gestione della supply chain sostenibile allo sviluppo di policy interne.

Nel lavoro quotidiano, il sustainability manager coordina la raccolta e la verifica dei dati ESG necessari per la reportistica (bilancio di sostenibilità, dichiarazione non finanziaria, report integrato); definisce e monitora gli obiettivi di sostenibilità a breve e lungo termine; gestisce le relazioni con agenzie di rating ESG, investitori e clienti che richiedono documentazione sulla performance sostenibile; identifica i rischi climatici e di transizione che possono impattare sul business; e coordina i programmi di formazione interni sulla cultura della sostenibilità.

In molte aziende il sustainability manager collabora strettamente con la funzione HR, in particolare sul tema del sustainable HRM, e con la funzione comunicazione per la gestione della reputazione aziendale sul fronte ESG. La sua collocazione gerarchica varia: in alcune organizzazioni risponde direttamente all’AD o al CFO, in altre è inserito nella funzione HSE o nella direzione qualità. E anche per noi di Randstad la sostenibilità rappresenta un pilastro strategico, integrato nel modello di business e nelle politiche aziendali: puoi approfondire il nostro impegno nella sezione dedicata alla sostenibilità.

sustainability manager vs ESG manager: quale profilo ti serve.

I termini “sustainability manager” ed “ESG manager” vengono spesso usati in modo intercambiabile, ma nel mercato del lavoro italiano del 2026 tendono a indicare profili con enfasi diverse. Il sustainability manager ha in genere una formazione più orientata alle scienze ambientali, all’ingegneria o all’economia con specializzazione in sostenibilità, e un focus operativo sulla gestione dei programmi. L’ESG manager ha invece spesso un background finanziario o di investor relations, con focus sulla rendicontazione, sul rating ESG e sulla comunicazione con il mercato dei capitali. Se la tua priorità è la compliance normativa e la reportistica, il profilo ESG manager potrebbe essere più adatto; se l’obiettivo è trasformare i processi operativi, il sustainability manager è la scelta giusta. 

certificazioni green: vantaggi competitivi per l'azienda.

Le certificazioni di sostenibilità sono diventate uno strumento concreto di differenziazione competitiva. Non si tratta solo di badge da mettere in comunicazione: influenzano l'accesso al credito, la vincita di gare d'appalto pubbliche, la credibilità percepita dai clienti istituzionali e la capacità di attrarre talenti che danno peso ai valori aziendali.

Le certificazioni più rilevanti per le imprese italiane nel 2026 sono:

  • ISO 50001 – Sistema di Gestione dell'Energia: la norma internazionale che certifica l'adozione di un sistema strutturato per il miglioramento continuo dell'efficienza energetica. È lo strumento principe per l'Energy Manager: averla spesso esenta le aziende dall'obbligo di Diagnosi Energetica quadriennale (art. 8 D.Lgs. 102/14) ed è richiesta nelle gare pubbliche e da clienti del settore industriale.
  • ISO 14001 – Sistema di Gestione Ambientale: certifica l'adozione di un approccio sistematico alla gestione degli impatti ambientali. È uno standard diffusissimo e spesso prerequisito nelle catene di fornitura di grandi gruppi industriali.
  • ISO 14064 – Carbon Footprint: nel 2026 è sempre più centrale. Molte aziende cercano il Sustainability Manager proprio per calcolare e rendicontare l'impronta di carbonio di prodotto o di organizzazione, in risposta alle crescenti richieste di investitori e clienti corporate.
  • LEED (Leadership in Energy and Environmental Design): il sistema di certificazione più riconosciuto a livello internazionale per la sostenibilità degli edifici e degli spazi di lavoro. Valuta efficienza energetica, qualità degli ambienti interni, gestione dell'acqua e materiali utilizzati. Particolarmente rilevante per il settore delle costruzioni, del real estate e per le aziende che gestiscono patrimoni immobiliari.
  • B Corp: la certificazione che attesta gli standard più elevati di performance sociale e ambientale, trasparenza e responsabilità. Sta diventando un elemento differenziante significativo per attrarre talenti e investitori impact.
  • GRI (Global Reporting Initiative): non una certificazione in senso stretto, ma lo standard di rendicontazione non finanziaria più adottato a livello globale, spesso richiesto da investitori istituzionali e clienti corporate.

Ottenere e mantenere queste certificazioni richiede competenze specifiche che l'energy manager e il sustainability manager portano in azienda. Chi gestisce un percorso di certificazione senza avere queste figure in organico tende a sottostimare i costi di compliance e a perdere l'opportunità di estrarre valore pieno dall'investimento. Vale la pena ricordare, inoltre, che il credito d'imposta Transizione 5.0 richiede certificazioni ex-ante ed ex-post da parte di valutatori indipendenti, spesso EGE o ESCo, rendendo queste figure ancora più strategiche per accedere ai bandi e massimizzare il ritorno sull'investimento.

quanto costa assumere un energy manager: RAL e inquadramento.

La retribuzione di un energy manager varia in base all'esperienza, al settore, alle dimensioni dell'azienda e alla complessità del perimetro gestito. Ecco una stima aggiornata al 2026, elaborata sulla base dei dati retributivi raccolti da Randstad Market Intelligence su professionisti del settore in Italia:

  • Energy manager junior (2-4 anni di esperienza, azienda medio-piccola): RAL tra 35.000 e 45.000 euro
  • Energy manager mid-level (5-8 anni, gestione di più siti o impianti complessi): RAL tra 45.000 e 65.000 euro
  • Energy manager senior / responsabile di funzione (oltre 8 anni, grandi gruppi industriali o utility): RAL tra 65.000 e 90.000 euro, con benefit e componenti variabili

Per il sustainability manager il range è simile, con una tendenza a retribuzioni leggermente superiori nei profili con forte orientamento ESG e investor relations, che operano spesso a diretto riporto dell'AD o del CFO:

  • Sustainability manager junior: RAL tra 35.000 e 48.000 euro
  • Sustainability manager mid-level: RAL tra 48.000 e 68.000 euro
  • Sustainability manager senior / Head of Sustainability: RAL tra 68.000 e 100.000 euro nelle grandi organizzazioni

A questi valori si aggiungono spesso benefit legati alla mobilità (auto aziendale o car allowance), MBO con obiettivi collegati ai target di sostenibilità e, nelle aziende più strutturate, piani di incentivazione a lungo termine legati a obiettivi ESG pluriennali.

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Energy manager
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le competenze green da cercare nei candidati.

Definire il profilo di competenze prima di avviare la ricerca è il passo più importante. Il rischio opposto è quello di costruire una job description generica che attira candidati con background eterogenei e difficilmente comparabili.

Per un energy manager, le competenze tecniche fondamentali sono:

  • Conoscenza approfondita dei sistemi energetici industriali e civili (impianti elettrici, termici, HVAC, produzione di calore e freddo)
  • Capacità di conduzione di audit e diagnosi energetiche secondo le norme UNI CEI EN 16247
  • Familiarità con i meccanismi di incentivazione (Certificati Bianchi, Conto Termico, crediti d’imposta per la transizione 5.0)
  • Conoscenza degli strumenti di monitoraggio e gestione dell’energia (sistemi SCADA, software di energy management, piattaforme IoT industriali)
  • Capacità di analisi economico-finanziaria degli investimenti in efficienza energetica (TCO, payback, IRR)
  • Certificazione EGE (Esperto in Gestione dell’Energia) o equivalente: fortemente preferibile

Per un sustainability manager, le competenze chiave includono:

  • Conoscenza dei framework di rendicontazione ESG (GRI, SASB, TCFD, CSRD/ESRS)
  • Capacità di raccolta, verifica e analisi dei dati non finanziari
  • Competenze di stakeholder engagement e gestione delle relazioni con agenzie di rating ESG
  • Conoscenza delle normative europee su sostenibilità e rendicontazione (CSRD, Tassonomia UE, CBAM)
  • Capacità di integrazione degli obiettivi di sostenibilità nella strategia aziendale e nella gestione della supply chain
  • Competenze di comunicazione e reporting per pubblici diversi (investitori, clienti, dipendenti, media)

In entrambi i casi, le soft skill più rilevanti sono la capacità di lavorare in modo trasversale tra funzioni diverse, la visione sistemica e la capacità di tradurre obiettivi complessi in piani operativi concreti. 

come trovare e selezionare profili green: le difficoltà più comuni.

Il mercato dei profili green è caratterizzato da una tensione strutturale tra domanda e offerta che non accenna a ridursi. La crescita della domanda di energy manager e sustainability manager è stata molto più rapida della formazione di nuovi professionisti con le competenze adeguate. Questo crea uno scenario in cui i candidati davvero qualificati sono rari, spesso già occupati e non in cerca attiva di nuove opportunità.

Le difficoltà più comuni che incontrano le aziende nella ricerca di questi profili sono:

  • Assenza di candidati nei canali standard: pubblicare un annuncio sui principali job board produce spesso risultati deludenti per questi profili. I migliori candidati vanno cercati attraverso l’headhunting, le reti professionali e i canali di ricerca attiva
  • Profili ibridi difficili da valutare: questi ruoli richiedono una combinazione di competenze tecniche, economico-finanziarie e manageriali che non è facile identificare nei CV standard. La valutazione richiede intervistatori con una conoscenza specifica del settore
  • Aspettative retributive crescenti: la scarsità di offerta ha spinto al rialzo le aspettative dei candidati. Chi non ha una benchmark di mercato aggiornata rischia di perdere i migliori profili già nella fase di offerta
  • Retention critica: una volta inseriti, questi profili ricevono spesso proposte competitive dall’esterno. Trattenerli richiede un progetto professionale chiaro, obiettivi sfidanti e una cultura aziendale coerente con i valori che li motivano

il supporto Randstad nella ricerca di profili engineering e green.

Disponiamo di una divisione specializzata nella ricerca e selezione di profili tecnici e ingegneristici, con esperienza specifica nel settore energy, utilities e sostenibilità. Il nostro processo di ricerca attiva consente di accedere ai talenti non visibili sui canali pubblici, valutarli con strumenti di assessment specifici per il settore e supportare l’azienda nella fase di offerta e onboarding. Se stai strutturando la ricerca di un energy manager o di un sustainability manager, il servizio di ricerca e selezione del personale di Randstad può essere il punto di partenza più efficiente.

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