Risposta del Prof. Roberto Burioni (Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia all'Università Vita-Salute San Raffaele, Divulgatore scientifico e Founder di Medical Facts)

cosa dobbiamo aspettarci dal futuro imminente?

Cosa aspettarci dal futuro più prossimo, dipende esclusivamente da noi e dai nostri comportamenti che metteremo in atto abitualmente. Se dovessimo infatti ricominciare a comportarci come prima, l’epidemia senza dubbio ripartirà. Se al contrario cominciassimo a mettere in atto tutte le procedure di distanziamento sociale e tutte le protezioni suggerite, sicuramente potremo quanto meno limitare la diffusione del virus.

Striving for perfection è la perfetta sintesi dei comportamenti che tutti noi dovremo adottare per andare nella corretta direzione. Potremo contenere e limitare il virus comportandoci con rettitudine ed intelligenza (ad esempio: utilizziamo sempre la mascherina indossandola nel modo corretto, coprendo cioè bocca e naso) e soprattutto reagendo prontamente. Ricordiamo ad esempio come la regione Puglia ha reagito e come sin da subito è riuscita ad identificare tutti i casi a rischio (ex lavoratori con febbre e rilevazione dei casi asintomatici e qui addirittura parliamo del 36%) riuscendo così a bloccare l’esplosione di nuovi focolai.

Riassumendo, quello che da ora in poi dobbiamo pretendere dai Servizi di Sanità pubblica, è bloccare sin da subito, anche solo a livello preventivo o nel dubbio, i casi sospetti. Dobbiamo spostare la nostra attenzione dalle strutture ospedaliere - che ormai hanno trovato una loro stabilità e sono in grado di reagire e gestire la situazione - alla sanità territoriale e più vicina ai singoli (medico di famiglia, servizi di sanità pubblica ed igiene). Si è deciso di tornare al lavoro? Perfetto, torniamo! Attuiamo però tutte le condizioni che permettono di restare in sicurezza: da un lato ogni dipendente deve agire secondo il protocollo di sicurezza comunicato dall'azienda e dall'altro, lo Stato deve diagnosticare e bloccare preventivamente le situazioni a rischio. Nel frattempo si sta lavorando assiduamente alla ricerca di farmaci mirati e al vaccino, con l’augurio che la situazione si possa risolvere positivamente come fu fatto, all’epoca, per la poliomielite.

Risposta del Prof. Pier Luigi Lopalco (Professore Ordinario di Igiene presso l’Università di Pisa e membro del Comitato scientifico di Medical Facts) con integrazione del Prof. Burioni

Se l’uomo con la pistola incontra l’uomo con il fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto (citazione). Se l’uomo con la mascherina incontra l’uomo senza mascherina? Cosa accade?

Innanzitutto siamo di fronte ad un atto di ignoranza e superficialità. Per rendere di più immediata comprensione la situazione riportiamo un esempio: all’inizio del secolo scorso, intorno agli anni Venti, sugli autobus erano affissi dei cartelli indicanti la frase “vietato sputare per terra” . Quello era un mezzo per prevenire la tubercolosi che, all'epoca, mieteva tantissime vittime e veniva considerata una malattia sociale. La stessa cosa potrebbe valere oggi, nel caso in cui, una persona si dovesse presentare senza mascherina in mezzo ad altre persone.

Questa volta però, rispetto all’epoca, si ha un vantaggio: abbiamo la possibilità immediata (e non banale) di riconoscere “il maleducato” da lontano. Pertanto basterà chiedere in modo cortese, ma deciso - in quanto siamo noi dalla parte della ragione - di indossare correttamente la mascherina o andarsene senza avvicinare il soggetto a rischio. E’ un dovere di tutti quindi mettere la mascherina, ma soprattutto è un diritto richiedere di attenersi alle norme del buon utilizzo della stessa, per evitare un nuovo contagio. Banalmente è come chi guida in stato di ebbrezza: mette a rischio non solo la propria sicurezza, ma soprattutto quella degli altri. In conclusione la libertà di scegliere se, quando e dove mettere la mascherina non c’è. In questo momento è un obbligo ed in quanto tale va rispettato. L’unico libero arbitrio è nella scelta dei colori della stessa. Se vogliamo semplificare ulteriormente, è una situazione simile all’uso delle scarpe. Perché le indossiamo comunemente? Non solo perché possono essere belle o comode, ma perché senza di esse ci faremmo male a “camminare”, potremmo ferirci ed incorrere in infezioni. Ci siamo pertanto abituati ad indossarle quotidianamente. Stessa cosa dovremo fare, per qualche mese, con la mascherina.

Risposta del Dott. Marco Ceresa (Amministratore Delegato di Randstad Italia)

Quali sono le soluzioni che Randstad ha realizzato per supportare le aziende clienti nella gestione del rientro al lavoro in sicurezza?

Abbiamo stipulato innanzitutto un’alleanza denominata “Safely back to work” con le altre due più grandi Agenzie per il Lavoro del mondo (Adecco Group e Manpower Group), dettagliando specificatamente settore per settore tutte le “buone pratiche” da adottare - lato Azienda e lato lavoratore - per ritornare a lavorare in sicurezza.

Facciamo un esempio concreto: prendiamo in considerazione le aziende del Nord Europa e quelle del Sud e vediamo come ci sia una chiara differenza di comportamento. Nel Sud Europa le aziende restano spesso in attesa di ricevere dal legislatore tutti i dettagli su come comportarsi ed in quali frangenti, seguendo pedissequamente delle direttive ed incappando spesso in situazioni cavillose, che allungano i tempi di risposta e reazione. Nel Nord Europa invece si tendono a dare delle linee guida, lasciandole poi nell’utilizzo a discrezione delle singole aziende, le quali in autonomia le applicano nelle proprie realtà in maniera concreta (ex: utilizzo delle carte di credito ove possibile e non il denaro cash, organizzazione di diversi turni di lavoro per poter rallentare le linee di montaggio, etc..). Io ritengo sia importante dare delle direttive chiare e concrete perché si possa agire nell’immediato e nel rispetto di tutte le procedure. Possiamo quindi tornare al lavoro attuando, però, in modo rigoroso tutte le disposizioni che ci permettono di essere tranquilli (come ad esempio l’utilizzo continuativo dello smart working, dove possibile, evitare viaggi e/o trasferte, muoverci attraverso mezzi privati e non pubblici, utilizzo delle mascherine, etc..) e garantire la corretta sicurezza ai singoli.

Altra nota da sottolineare è la sostanziale differenza della diffusione del virus nel nord Italia rispetto al sud. Al Sud la diffusione è stata maggiormente contenuta, ecco perché ci auguriamo che questo “vantaggio” possa incidere in modo positivo anche sulla loro situazione economica, creando una sorta di bilanciamento Nord-Sud.

Risposta del Prof. Pier Luigi Lopalco con integrazione del Prof. Roberto Burioni

In previsione di un autunno che non conosciamo, e che molto dipende dai nostri corretti comportamenti e dalla eventuale ulteriore diffusione del virus, è consigliabile prolungare lo smart working ed il distanziamento sociale? E quali altri misure preventive potremmo proporre?

Partendo dal presupposto che il virus segue il suo proprio ciclo, al di là delle nostre effettive situazioni in vigore (fase 1, fase 2, etc…), è al momento ancora in circolazione e pronto a contagiare chiunque. Potrebbe, forse, rallentare la diffusione in estate, ma riprendere con più vigore in autunno.

Teniamo presente che, così come il SARS-CoV-2 è ampiamente circolato in alcuni comuni italiani, è stato invece ben contenuto in altri, e questo perché sono state applicate con rigore e scrupolosità tutte le corrette misure preventive. Ovviamente se dovessimo riprendere a comportarci come a gennaio scorso, andremmo a ricreare quella situazione di diffusione incontrollata e molto pericolosa.

Il virus ci ha dato però al contempo l’opportunità di rivedere molti nostri comportamenti e molti processi produttivi. Prendiamo come esempio lo smart working: se funziona e permette una gestione lavorativa più sicura e al contempo produttiva, continuiamo ad usarlo. Altro esempio concreto: utilizziamo dove possibile i pagamenti elettronici, eviteremo così di affollare posti pubblici inutilmente. E’ una sorta di opportunità per rendere finalmente il nostro Paese più moderno, più efficiente, più funzionale.

Risposta del Prof. Pier Luigi Lopalco con integrazione del Prof. Roberto Burioni

Come possiamo prepararci ad eventuali nuove epidemie, magari anche più gravi? Esiste un modo per proteggersi che non abbiamo adottato? E soprattutto sarà necessario rivedere per sempre la nostra libertà individuale?

Nel 2009 quando c’è stata la pandemia influenzale H1N1 i governi sono stati obbligati a creare i piani pandemici. I piani pandemici, oltre alla stesura delle regole, richiedono anche delle esercitazioni per verificare che funzionino, che gli ospedali siano preparati e molte altre azioni.

Purtroppo i piani pandemici sono stati preparati in tutto il mondo ma non sono stati mai adottati, messi in pratica e testati.

Ora bisogna fare tesoro di quello che è stato appreso durante questa emergenza e mettere in atto dei veri e propri piani di preparazione con esercitazioni e simulazioni in modo da essere pronti qualora si presentassero delle situazioni di pandemia.

Il nostro mondo è estremamente più forte dal punto di vista scientifico ma è immensamente più vulnerabile alla circolazione dei virus perché i virus si trasmettono attraverso gli spostamenti delle persone.

Se questo virus fosse uscito da un mercato in Cina duecento anni fa, nel 1820, avrebbe infettato gli abitanti di una piccola cittadina; considerando che la popolazione si spostava poco il virus avrebbe avuto una diffusione molto lenta nei centri circostanti; stessa cosa sarebbe accaduta per la diffusione in Europa visto che il numero di persone che dalla Cina veniva in Europa era ridottissimo.

Oggi il giro del mondo lo si può fare in 80 ore e lo possono fare un numero spaventoso di persone. La diffusione del virus è partita da una città di 6 milioni di abitanti e immediatamente si è diffuso ovunque perché tutti viaggiano mentre alla fine degli anni 70, primi anni 80 viaggiare in aereo era un lusso riservato a pochissimi.

La vulnerabilità del nostro mondo è un motivo in più per essere preparati. Noi non sappiamo quale sarà la prossima pandemia ma sappiamo cosa fanno i virus e come si trasmettono quindi speriamo che questa brutta esperienza ci metta in condizione di reagire meglio.

Un appunto rispetto alla reazione scientifica: di fronte all’AIDS siamo stati in grado di reagire prontamente trovando farmaci risolutivi in una diecina d’anni perché negli anni precedenti si era investito tantissimo nella ricerca su virus oncogeni (che dovevano causare tumori) che poi si sono dimostrati essere parenti stretti dell’HIV, quindi li conoscevamo bene.

Grazie alla ricerca che è stata fatta sulla SARS, l’accumularsi delle conoscenze su quel virus ed aver pensato ad un vaccino per la SARS (che non è servito perché il virus è sparito) ci ha messo in condizioni di far passare poco più di 60 giorni dal momento in cui abbiamo individuato il virus a quando abbiamo iniettato il primo vaccino nell’uomo. Questo ci ricorda quanto è importante investire sulla ricerca e sulla sanità per essere pronti ad eventuali nuovi virus.

Risposta del Dott. Marco Ceresa (Amministratore Delegato di Randstad Italia)

Quale valore e competenza (personale ed aziendale) pensa che andrebbe rafforzata in questo momento di cambiamento?

A mio parere è importante ragionare con la propria testa, informandosi, avendo delle indicazioni che con il buon senso bisogna riuscire a mettere in atto.

Bisogna adottare i comportamenti virtuosi che abbiamo imparato in questi anni, rifarsi ai valori della nostra società, porsi all’ascolto ed essere al servizio degli altri, per esempio.

Risposta del Prof. Pier Luigi Lopalco

Perché la Germania, che ha tassi di diffusione più o meno pari a quelli degli altri Paesi Europei (Francia, Spagna, Regno Unito ed Italia) ha invece una percentuale di deceduti nettamente inferiore? Hanno saputo gestire meglio l'emergenza? 

 Alla fine della pandemia, quando i dati saranno “solidi” e misurabili, potremo rispondere a questa domanda.

I dati che abbiamo oggi sono solo sulle persone a cui è stato fatto un tampone sia sintomatici che asintomatici che deceduti.

Quando ci saranno i dati sulla mortalità, quando avremo le schede di morte e dati più solidi si potranno fare confronti fra paesi per trarre delle informazioni preziosissime che serviranno a prepararci per il piano pandemico.

Risposta del Prof. Roberto Burioni

Parliamo degli spostamenti. Cosa si può fare per minimizzare i rischi?

L’abitacolo di un’auto è un luogo chiuso, piccolo che è l’ideale per la trasmissione di un virus respiratorio. Lo stesso vale per la carrozza di una metropolitana o l’interno di un autobus.

Questi sono luoghi dove il rischio rimarrà intrinsecamente più alto perché non si sarà in grado di distanziare le persone.

Per prima cosa, se si può, meglio evitare gli spostamenti oppure, per esempio, se si va in auto, andare sempre con la stessa persona in modo tale che se uno dei due si ammala si debba isolare una sola persona. L’altra cosa importantissima è tenere SEMPRE la mascherina, non parlare e appena si scende dal mezzo pubblico immediatamente disinfettarsi le mani.

Ricordiamoci però che quanto queste misure siano in grado di bloccare la diffusione del virus a tutt’oggi non lo sappiamo, lo verificheremo nelle prossime settimane.

A tal proposito ribadisco che è fondamentale che ci sia un sistema di sorveglianza che permetta di capire subito se le misure scelte funzionano, non ci si può permettere di far passare settimane per capire se delle attività rimangono a rischio: massimo rigore e responsabilità quindi da parte dei cittadini ma allo stesso tempo anche massima sorveglianza.

La situazione che stiamo vivendo è del tutto nuova quindi difficilmente regolamentabile, la nostra capacità di osservare e capire ci deve permettere di ragionare e agire nella maniera migliore possibile nei confronti di questo pericoloso virus.

Risposta del Prof. Pier Luigi Lopalco

Quanto potrà durare questa normalità “anormale”? Tutte queste limitazioni sono immaginabili anche per il futuro o fanno parte di un quadro pessimistico e dettato dall’umore del momento?

Stiamo parlando di scenari che si svilupperanno per diversi mesi, non anni. Il virus troverà una maniera migliore per interfacciarsi con il suo ospite, il suo ospite si abituerà un po’ di più. Il virus circolerà il più possibile lentamente, speriamo, ma comunque immunizzerà una parte della popolazione parzialmente o interamente, poi arriverà il vaccino con cui metteremo al sicuro, almeno inizialmente, i soggetti deboli.

Continueremo a sorvegliare, misureremo l’impatto del virus sulla società e sul sistema sanitario. Manterremo alte le difese per alcuni mesi.

decalogo per minimizzare il rischio di contagio.

Commento del Prof. Pier Luigi Lopalco

Ogni collega, anche in apparente piena salute, è potenzialmente infettivo. Io stesso potrei essere potenzialmente infettivo.

Gran parte dei contagi è avvenuto da persone asintomatiche in periodo di incubazione o completamente asintomatici.

Commento del Prof. Roberto Burioni

Per quanto detto è indispensabile che io indossi la mascherina chirurgica. Per lo stesso motivo, tutti dobbiamo indossare la mascherina chirurgica.

Tutti possiamo essere infettivi e tutti dobbiamo ostacolare la trasmissione dell’infezione. Un mezzo molto efficace è proprio la mascherina che impedisce la trasmissione delle goccioline mentre si parla.

La mascherina va sempre usata quando ci sono gli altri e deve diventare un nuovo atto di responsabilità sociale.

La mascherina chirurgica è monouso deve essere usata per 4/5 ore e poi sostituita, deve essere portata correttamente sul naso e sulla bocca, se si hanno occhiali vanno portati sopra la mascherina e non dentro.

Se non c’è la mascherina chirurgica può andare bene anche una mascherina artigianale la cui efficacia però purtroppo non è definibile. 

Commento del Prof. Pier Luigi Lopalco

La mascherina, di qualsiasi tipo essa sia, non è sufficiente ad azzerare il rischio di contagio.

Non si può parlare di rischio zero: il rischio zero non esiste. Si parla di limitazione e minimizzazione del rischio ossia un insieme di diversi comportamenti, procedure, fattori. La mascherina è un’importante componente di questi processi di minimizzazione del rischio.

Commento del Prof. Roberto Burioni

Per quanto detto manterrò la distanza di almeno 2 metri dal collega. Per lo stesso motivo, ricorderò al collega di restare ad almeno 2 metri da me.

Si spera che diventi un’abitudine in questi prossimi mesi, la distanza è un elemento importante per ostacolare il virus e dobbiamo fare di tutto per mantenerla.

Due metri ci tengono al sicuro.

Commento del Prof. Pier Luigi Lopalco

In caso di postazioni di lavoro (ad esempio, scrivanie) ravvicinate chiederò l’istallazione di pannelli separatori.

Se il distanziamento non può essere fisico, deve essere funzionale.

Commento del Prof. Roberto Burioni

Io posso autoinfettarmi con il virus se, dopo aver toccato una superficie contaminata, porterò le mie mani alla bocca, al naso o agli occhi.

Si sa che nel caso di molte infezioni respiratorie che si trasmettono come Covid-19 le mani sono un veicolo importantissimo di contagio. Le goccioline che contengono il virus cadono sulle superfici, cadono sulle mani e se si tossisce e il virus può poi essere diffuso toccando maniglie, pulsanti degli ascensori, schermi di tablet.

Per prima cosa quindi, disinfettare le superfici. Fortunatamente il virus è molto labile e sparisce con i disinfettanti. Seconda cosa lavarsi le mani con acqua e sapone o con i disinfettanti.

In ogni caso l’abitudine di portarsi le mani alla bocca, al naso, agli occhi è una pessima abitudine.

Dobbiamo quindi curare meglio quelle misure di igiene che sono già in uso.

Commento del Prof. Roberto Burioni

Presterò, quindi, massima attenzione all’igiene delle mani, meglio se lavandole con acqua e sapone per almeno 40 secondi in ogni loro punto; solo in alternativa ricorrerò a disinfettanti delle mani a base di alcol.

Lavarsi troppo le mani o lavarle con alcool può portare ad una secchezza della pelle e quindi chi è predisposto potrebbe avere eczemi o chi è allergico può vedere peggiorare le proprie allergie.

Per queste persone è importante trattare bene la propria cute usando delle creme idratanti per ripristinare l’integrità della cute.

Un altro consiglio per chi ha le allergie è quello di prendere i farmaci perché avere il naso che cola e starnutire nelle mascherine è spiacevole; l’allergia non si confonde con il Coronavirus perché è diversa ma in questo momento può essere fastidiosa.

Risposta del Prof. Pier Luigi Lopalco con integrazione del Prof. Roberto Burioni

In caso di febbre, sintomi che possano suggerire l’infezione da coronavirus (tosse, mal di testa, debolezza insolita, alterazioni del gusto e dell’olfatto, diarrea) o in caso di contatto certo con un individuo risultato positivo al SARS-CoV-2 non mi recherò al lavoro e avvertirò prontamente il mio medico curante.



Anche poche linee di febbre devono far scattare l’allarme e far restare a casa, se si è a lavoro, tornare a casa e avvisare il medico di famiglia.

In caso di febbre ma anche se ci si sente stranamente stanchi, se si ha uno strano mal di testa, tosse, una congiuntivite, un’alterazione del gusto e dell’olfatto, questo è il momento in cui eccedere in prudenza.

Si potrebbero fare dei gravi danni a noi stessi, ai colleghi e all’azienda perché un focolaio in un’azienda la fa chiudere.

Quindi, prima di uscire misurare sempre la febbre, se capita di misurarla e averla leggermente alta (tipo 37.4) meglio mettersi calmi e aspettare un quarto d’ora perché delle volte ci sono alcune cose che possono far alzare temporaneamente la temperatura (es. aver bevuto delle bevande calde, uno sforzo, stare al sole, una doccia calda). Se trascorso il tempo la febbre c’è ancora, bisogna stare a casa e avvisare il medico.

Se ci si sente poco bene in azienda, chiedere subito che venga misurata la febbre.

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