I risultati del Randstad Workmonitor 2026: tra datori di lavoro e dipendenti un “divario di fiducia”.
Il 66% delle aziende ha definito strategie contro il carovita, ma solo il 30% dei lavoratori ha visto aumentare lo stipendio.
7 lavoratori su 10 pronti a usare l’AI, ma uno su 3 teme di non riuscire ad adattarsi. A rischio le mansioni entry-level: per il 77% delle aziende scompariranno nei prossimi cinque anni.
Milano, 28 gennaio 2026 – In Italia la crescita è data per certa dalle aziende, ma non dai lavoratori. Il 100% dei datori di lavoro si aspetta uno sviluppo positivo del proprio business nel 2026, mentre solo il 43% dei lavoratori condivide questo ottimismo. Un divario profondo di fiducia sul futuro, in un contesto segnato da incertezza economica, aumento del costo della vita e rapida trasformazione dei modelli di lavoro.
È quanto emerge dall’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine condotta in 35 paesi sulle trasformazioni del mercato del lavoro, che ha analizzato il senso di collettività e la fiducia tra i dipendenti, attraverso le interviste a 27000 persone a livello globale, di cui 750 in Italia. Una ricerca che, per la prima volta nell’edizione 2026, prende in considerazione anche il punto di vista dei datori di lavoro, con 1225 aziende intervistate nel mondo e 35 nel nostro Paese.
Dall’indagine, emerge un’asimmetria di percezione nel rapporto tra aziende e lavoratori: la crescita attesa e l’innovazione tecnologica vengono lette dalle imprese come opportunità strutturali, mentre una parte consistente della forza lavoro continua a misurarle sulla base di elementi concreti: retribuzione, sicurezza economica, capacità di sostenere il costo della vita.
Infatti, la distanza fra imprese e persone risulta evidente quando si parla di retribuzioni: il 66% delle aziende afferma di aver definito strategie per compensare l’aumento del costo della vita, ma solo il 30% dei lavoratori dichiara di aver visto un effettivo miglioramento del proprio salario, mentre per molti la situazione è rimasta invariata o è addirittura peggiorata (il 23%).
In questo contesto si inserisce l’intelligenza artificiale, che agisce da acceleratore del divario. Le aziende guardano all’AI come a una leva strategica per aumentare efficienza e produttività e prevedono un impatto sempre più rilevante sulle attività lavorative. I lavoratori ne riconoscono il valore e dimostrano un atteggiamento proattivo, ma con qualche preoccupazione: sette su dieci si dicono “pronti” a utilizzare l’AI, ma uno su tre ha timore di non riuscire ad adattarsi all’impatto sul lavoro. Emerge uno scetticismo sulla distribuzione dei reali benefici: quasi metà dei dipendenti pensa che i vantaggi dell’adozione dell’AI si concentreranno più sulle organizzazioni che sulle persone. Quasi 4 aziende su 5 credono che l’AI farà scomparire i lavori entry-level, con le generazioni più giovani (Gen Z al 45% e Millennials al 40%) preoccupate che l’AI possa ridurre le opportunità di ingresso nel mercato del lavoro.
“I dati del Randstad Workmonitor mostrano un mercato del lavoro italiano attraversato da un forte divario di fiducia - afferma Marco Ceresa, Group CEO Randstad Italia -. Le aziende guardano al futuro con aspettative di crescita e investono sull’innovazione, in particolare sull’intelligenza artificiale, mentre una parte rilevante dei lavoratori fatica a riconoscere come questi cambiamenti possano tradursi in benefici concreti anche per le persone. L’AI è già parte integrante del lavoro quotidiano di molti, ma non sempre è accompagnata da una percezione di equità, sicurezza e sviluppo condiviso. Per colmare questo gap è fondamentale rafforzare il dialogo, investire sulle competenze e rendere più esplicito il legame tra trasformazione tecnologica, sostenibilità economica e valore per i lavoratori. Solo così l’innovazione potrà diventare un vero motore di crescita per tutti”.
crescita attesa e disattesa.
Il disallineamento tra imprese e lavoratori in Italia è evidente soprattutto sul piano economico. Il 66% delle aziende dichiara di aver messo a punto strategie retributive per compensare l’aumento del costo della vita, ma solo il 30% dei lavoratori afferma di aver visto migliorare il proprio salario, mentre per il 23% è addirittura peggiorato. Un dato che si riflette nella crescente insicurezza economica: almeno 1 lavoratore su 3 deve ricorrere a soluzioni emergenziali per riuscire ad arrivare a fine mese, e circa lo stesso numero (33%) ha intenzione di aumentare le ore lavorative attuali per far fronte all'aumento del costo della vita.
il divario sull’intelligenza artificiale.
L’intelligenza artificiale rappresenta uno dei principali fattori di trasformazione del lavoro ma rivela anche il divario di fiducia tra aziende e persone. In Italia prevale un atteggiamento di responsabilità e proattività: il 70% dei lavoratori si sente pronto a utilizzare le tecnologie più recenti,e il 22% le ha già impiegate anche nei colloqui di lavoro. Inoltre, il 44% ha cercato in autonomia di sviluppare competenze legate all’IA per restare al passo con i cambiamenti, mentre il 42% ha ricevuto opportunità di formazione direttamente dall’azienda.
Accanto a questa spinta adattiva, però, permane una quota rilevante di incertezza. Il 56% ritiene di poter adattare il proprio ruolo ai cambiamenti del settore, ma almeno un lavoratore su tre manifesta difficoltà nell’affrontare il futuro e l’impatto dell’AI. Nell’ultimo anno il 29% ha aumentato l’uso dell’intelligenza artificiale e il 19% dichiara che oggi non sarebbe in grado di svolgere il proprio lavoro senza il suo supporto, a conferma di quanto l’AI sia già diventata strutturale nelle attività quotidiane.
la scomparsa dei lavori entry-level.
Anche sul tema dei lavori entry-level emerge una significativa distanza di vedute tra aziende e lavoratori. Per il 77% delle aziende, nei prossimi cinque anni l’IA porterà alla scomparsa di metà delle posizioni di ingresso, con il rischio di rendere più difficile l’apprendimento e l’accesso al lavoro per le figure junior. Tra i lavoratori, la percezione è meno uniforme (35%, meno della media europea che si attesta al 39%) ma non priva di timori. Il pessimismo cresce tra i più giovani: Gen Z (45%) e Millennials (40%) sono più preoccupati e temono anche per la loro sicurezza lavorativa. La Gen Z, soprattutto, teme che la propria mansione scomparirà del tutto nei prossimi cinque anni per via dell’IA (lo reputa probabile il 58%, quasi il doppio della media nazionale). ì
i benefici dell’IA .
Dal punto di vista organizzativo, il 56% dei lavoratori afferma che l’uso dell’intelligenza artificiale è incoraggiato dalla propria azienda e quasi 1 su 2 ha fiducia nella capacità dell’organizzazione di adattarsi ai cambiamenti in corso. Le organizzazioni sono sempre più consapevoli dell’impatto che l’IA avrà sul proprio modello economico: poco meno della metà (46%) ritiene che essa renderà una parte significativa delle attività di routine più efficienti o automatizzate; il 51% di esse ha dichiarato che nel 2026 investirà significativamente sulle nuove tecnologie per aumentare la produttività.
Ma se le aziende guardano all’IA come a una leva strategica per aumentare efficienza e produttività, il 44% dei lavoratori ritiene invece che i vantaggi dell’adozione dell’IA si concentreranno più sulle organizzazioni che sulle persone. Questa percezione è rafforzata dal fatto che solo il 39% valuta l’approccio attuale come in grado di generare benefici di lungo periodo condivisi, mentre il 62% pensa che le aziende potrebbero investire di più nello sviluppo delle competenze legate all’IA. Una lettura che trova ulteriore conferma negli effetti già sperimentati: oltre un terzo dei lavoratori dichiara che l’impatto dell’IA è stato finora peggiorativo, alimentando il timore che l’innovazione tecnologica proceda più rapidamente sul fronte dell’efficienza che su quello della creazione di valore per le persone.