Crescono i percorsi di carriera basati su frequenti cambi di settore e mansioni. Il 40% dei lavoratori non ha obiettivi di crescita nei prossimi 5 anni.

Metà degli italiani ha chiesto un aumento, ma solo il 30% lo ha ricevuto.

La retribuzione è il primo fattore per attrarre personale (per il 77%), ma l'equilibrio vita-lavoro è la ragione principale per cui si rimane in azienda (46%).

Mentre cala la fiducia nei leader, si consolida quella con il manager diretto: per il 74% dei lavoratori è pilastro della stabilità, per il 69% ha a cuore i loro interessi.

I risultati del nuovo Randstad Workmonitor.

Milano, 10 marzo 2026 – L’86% dei datori di lavoro italiani valuta le competenze e l'esperienza più delle qualifiche formali in fase di assunzione e il 74% ritiene “obsoleti” i tradizionali percorsi di carriera lineare, in cui la crescita avviene in una sola azienda attraverso promozioni regolari. E i lavoratori italiani sono sempre più d’accordo: sebbene i percorsi lineari restino preferiti dalla maggioranza (il 39%), cresce la quota di coloro che vorrebbero carriere “a portafoglio”, quelle in cui si cambia di frequente posizione, settore o progetto, puntando a crescere grazie all’acquisizione di competenze ed esperienza diverse. 

Più in generale, per i lavoratori cambia il concetto stesso di carriera: crolla l’importanza di sviluppo e promozioni in azienda (nel 2026 interessa il 57% dei lavoratori, era il 74% un anno fa) e oggi ben il 40% dei dipendenti non si è prefissato alcun obiettivo per i prossimi 5 anni. Ma non è vero disinteresse, perché in assenza di opportunità di carriera il 43% degli italiani non accetterebbe un nuovo impiego, il 35% lascerebbe il lavoro attuale e il 27% lo ha già fatto. 

Più che altro si afferma una nuova visione “soggettiva” del successo, in cui le persone vogliono tracciare la propria rotta su valori come autenticità, autonomia, collaborazione e flessibilità, a cui non sono disposti a rinunciare. Tanto che il 38% dei lavoratori ha lasciato un posto che non si adattava alla propria vita personale, il 21% perché non gli è stata data sufficiente indipendenza. Il 39% dei talenti non accetterebbe un nuovo lavoro se non ci fosse flessibilità di luogo, il 40% flessibilità di orario.

Nell’ultimo anno la metà dei lavoratori italiani ha tentato di adeguare il proprio stipendio al carovita chiedendo un aumento, solo il 30% ha visto accolta la propria richiesta. Al contrario, il 23% dei lavoratori ha subito una regressione economica.

Sono alcuni risultati del nuovo Randstad Workmonitor, l’indagine condotta in 35 Paesi sulle trasformazioni del mercato del lavoro che ha analizzato il nuovo significato della carriera e l’importanza del legame con i manager nelle organizzazioni, attraverso interviste a 27mila persone a livello globale (750 in Italia), tra lavoratori dipendenti e datori di lavoro. 

"I dati del Randstad Workmonitor mostrano un cambio di paradigma: la carriera non è più una scalata verticale, ma un percorso di autonomia e relazioni - dichiara Marco Ceresa, Group Ceo di Randstad Italia -. In un contesto macroeconomico instabile e di fronte all'evoluzione tecnologica, i lavoratori italiani si sentono sotto pressione e scettici sulla crescita. Ma stanno ridefinendo il concetto stesso del proprio successo, abbandonando sempre più i percorsi tradizionali per privilegiare l'autodeterminazione, l'autenticità e un modello di carriera costruito su misura per le proprie esigenze di vita. Nell’incertezza, il manager si distingue come il vero pilastro dell'organizzazione, capace di creare un legame di fiducia che ormai supera persino quello con l’azienda stessa. E la collaborazione intergenerazionale emerge come una leva strategica per la produttività”. 

retribuzioni. 

Per far fronte al costo della vita, il 35% dei dipendenti ha intrapreso o vuole intraprendere un secondo lavoro. Un altro 35% ha chiesto invece maggiori benefit, soprattutto i più giovani. Oltre 3 intervistati su 10, invece, intendono aumentare le loro ore lavorative (44% Gen-Z vs 27% dei Boomers) o hanno una seconda occupazione.  

La retribuzione è il principale fattore per attrarre i talenti in azienda (indicata dal 77% dei lavoratori), ma la ragione principale per cui si decide di restare è l'equilibrio tra vita e lavoro è attuale (46%, mentre la retribuzione lo è solo per il 23%).

la fiducia nel manager. 

In un contesto economico sempre più imprevedibile, in cui anche l’ambiente di lavoro è sotto pressione, le relazioni umane diventano un’ancora di stabilità, in particolare quella con il proprio superiore: mentre cala la fiducia nella leadership aziendale, il 74% dei lavoratori ha un “forte rapporto con il proprio manager” (+10% in particolare i Booomers). Per ben il 62% si tratta di un legame più profondo rispetto a quello con l’azienda. Per il 69% il manager ha a cuore i loro migliori interessi.

Molti lavoratori sentono di essere appoggiati dal manager per l’autonomia lavorativa (76%) e per la garanzia della produttività da remoto (72%). Quasi 7 su 10 hanno fiducia nel proprio manager per lo sviluppo di carriera, opinione comune a tutte le fasce d’età. Non di rado, è il responsabile ad agevolare in modo efficace lo scambio tra i più giovani e i più senior: i primi insegnano la padronanza della tecnologia ai Boomers, che a loro volta trasferiscono valutazioni, criticità e opportunità alla Generazione Z.

La collaborazione intergenerazionale diventa strategica: il 75% dei lavoratori è più produttivo quando collabora con altri, il 72% fa affidamento su persone di generazioni diverse per ampliare le proprie prospettive. E tutti i datori di lavoro (100%) evidenziano la diversità generazionale come una leva di produttività e il 94% vuole che il management dedichi più tempo a migliorare la collaborazione di squadra

autonomia e flessibilità.

Insieme all’equilibrio tra vita professionale e privata, l'autonomia è la leva più potente per la fidelizzazione delle persone in azienda. E un pilastro è la possibilità di lavorare in modo flessibile, fondamentale sia in termini orari (per il 62% dei lavoratori italiani), che di luogo (55%). Nel corso dell’ultimo anno, il 46% dei lavoratori ha espresso all’azienda l’esigenza di maggiore flessibilità su vari livelli, ma quasi 5 intervistati su 10 non hanno ottenuto riscontro sul lavoro da remoto. E così cresce la quota di chi ha lasciato il posto di lavoro per la scarsa autonomia, passando dal 27% del 2025 al 32% di inizio 2026. 

Il 65% dei lavoratori sarebbe disposto ad abbandonare il lavoro attuale se la flessibilità venisse tolta o negata, soprattutto i Boomers e le donne. In generale, i datori di lavoro sono allineati: il 74% concorda sul fatto che una maggiore autonomia porti a maggiore coinvolgimento, produttività e fidelizzazione.

Già il 21% dei lavoratori ha lasciato un posto perché non gli è stata data sufficiente indipendenza per lavorare secondo le proprie condizioni, il 39% dei talenti non prenderebbe in considerazione l'idea di accettare un nuovo lavoro se non ci fosse flessibilità sul luogo di lavoro e il 40% non accetterebbe un ruolo senza flessibilità oraria.

scarica subito il Randstad Workmonitor 2026.

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