tfr ai fondi pensione? guida alla scoperta del trattamento di fine rapporto

17/06/2016 15:35:29

Il TFR, o trattamento di fine rapporto, è stato spesso oggetto in tempi recenti di discussioni circa le possibilità che offre per aumentare la liquidità del sistema pensionistico senza stanziare ulteriori risorse pubbliche. Dopo la sperimentazione del TFR in busta paga avviata nel 2015, il governo sta riflettendo attualmente sull’ipotesi di destinare almeno una parte del TFR a fondi di previdenza complementare.

In particolare, se questa ipotesi prendesse corpo, con la legge di Stabilità del 2017 il TFR potrebbe iniziare a scomparire a favore di fondi pensioni integrativi (la cui tassazione sarebbe tagliata di qualche punto) in modo da rendere più flessibile il sistema previdenziale riformato dalla ormai nota legge Fornero. Il meccanismo da adottare per raggiungere un tale obiettivo sarebbe quello di destinare automaticamente un parte del TFR a fondi di previdenza complementare eliminando il silenzio assenso che, fino ad ora, permetteva ai dipendenti di non effettuare questo versamento. 

Si tratterrebbe, dunque, di un vero e proprio obbligo di adesione ai fondi pensioni che, sebbene forniscano un rendimento maggiore, sono attualmente tassati al 20% rispetto al 17% del TFR lasciato in azienda. 

Per comprendere tuttavia cosa cambia nello specifico per lavoratori e aziende, è necessario analizzare gli aspetti che hanno caratterizzato fino a questo momento il TFR.

Trattamento di fine rapporto: che cos’è, come è maturato e qual è la sua destinazione

Il TFR, detto anche comunemente buonuscita o liquidazione, è la somma spettante ai lavoratori il cui rapporto di lavoro sia cessato. Il suo ammontare è calcolato sommando per ogni anno una quota pari allo stipendio annuale diviso per 13,5 (pari dunque, circa, a una mensilità) a cui si aggiunge la rivalutazione dell’importo già accumulato. 

Il lavoratore secondo la normativa vigente può decidere autonomamente di accantonare le quote versate per il TFR presso il datore di lavoro (a meno che non si tratti di un’azienda con più di 50 dipendenti, caso in cui è prevista la gestione del TFR da parte dell’INPS) o di vederlo liquidato in busta paga mese per mese. In alternativa, se le cose non cambieranno, il lavoratore può decidere di versare il TFR in un fondo pensione integrativo. 

Inoltre, dopo almeno 8 anni trascorsi presso lo stesso datore di lavoro, è possibile chiedere a quest’ultimo un anticipo sul TFR che può arrivare fino al 70% del totale maturato al momento della richiesta. Questa opzione è prevista però solo in alcuni casi, ovvero, qualora la richiesta sia giustificata da motivazioni come: 

  • spese sanitarie impreviste di carattere straordinario 
  • acquisto della prima casa (sia per il lavoratore che, eventualmente, per i figli)
  • spese per la formazione e mantenimento durante il congedo di maternità 

Secondo alcuni calcoli, se venisse resa attuale l’obbligatorietà di adesione a un fondo pensione con una parte del TFR, la liquidità di tali fondi raggiungerebbe la cifra approssimativa di 22-23 miliardi di euro l’anno. Si tratterebbe, nella migliore delle ipotesi, di una sorta di autofinanziamento della propria pensione che, tuttavia, almeno in questa fase, vede la contrarietà dei soggetti interessati (ovvero, sia delle aziende, sia dei lavoratori).