jobs act - il position paper di randstad

27/11/2014 15:13:00

Prima bozza di Position Paper di Randstad sul Jobs Act redatto in occasione del convegno "Jobs Act e Flexicurity: le sfide del mercato del lavoro europeo e italiano" svoltosi il 12 novembre 2014 a Roma.

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PREMESSA

Il principale messaggio che emerge dalla ricerca internazionale di Randstad “Flexibility@work 2014”, (dedicata in questa edizione alla lotta al lavoro sommerso) rispetto alle tendenze internazionali del lavoro flessibile e dell'occupazione è il seguente: il lavoro flessibile adeguatamente regolamentato è un importante strumento di lotta all'economia sommersa. 

Dalla ricerca emerge infatti che i Paesi dove il lavoro nero è meno sviluppato sono i più competitivi sul fronte economico, così come quelli con minore incidenza di lavoro sommerso sono anche meglio posizionati nell'indice globale di competitività.

In questi Paesi, da un lato è più facile per le imprese ricorrere alle opportunità di lavoro flessibile per soddisfare le proprie esigenze, dall'altro si ritrovano le politiche attive più efficaci per garantire l'occupabilità dei lavoratori. 

Nella fotografia di “Flexibility@work 2014” l'Italia è uno dei Paesi in cui il mercato del lavoro è più fortemente regolamentato e dove però la dimensione del lavoro nero raggiunge una delle quote più alte nel mondo, pari 21,1% del PIL. 

Lo studio dimostra inoltre come una regolamentazione più favorevole e meno restrittiva verso le Agenzie per il Lavoro private riduce il lavoro nero. Per combattere con successo il sommerso è necessario costruire un mercato del lavoro con adeguata protezione sociale per i gruppi più vulnerabili, costruendo nel contempo una regolamentazione efficace in materia di occupazione che assicuri l'adeguata flessibilità. Un sistema cioè che agevoli i lavoratori ad entrare nel mercato del lavoro regolare e che renda semplice per le imprese rivolgersi agli operatori privati per soddisfare le loro richieste di lavoro flessibile, così da realizzare un nuovo modello di flessibilità: una flessibilità di qualità.

POSIZIONE RANDSTAD

Il Jobs Act sembrerebbe andare nella direzione giusta dell'introduzione di una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro italiano, assicurando nel contempo le necessarie tutele ai lavoratori in maniera inclusiva. 

Le chiavi per realizzare tale obiettivo e dunque rendere la nostra economia più competitiva sono:

- una maggiore cooperazione tra operatori pubblici e privati, per l’inserimento nel mercato del lavoro di soggetti altrimenti esclusi e favorendo lo sviluppo di adeguate politiche attive per i lavoratori;
- la riduzione delle tipologie contrattuali flessibili valorizzando quelle non solo “sicure” ma anche “di qualità”, operando attraverso una semplificazione normativa: ridurre le tante tipologie contrattuali flessibili può abbattere la precarietà in favore delle forme di flessibilità non solo più sicura nei confronti dei lavoratori ma anche di qualità, cioè attraverso un’offerta di lavoro qualificata. A tal fine è auspicabile anche la formulazione di una normativa semplificata ed autonoma per le Agenzie per il Lavoro: un testo unico e sintetico di riferimento per i servizi offerti a lavoratori ed imprese.

I messaggi che emergono dalla ricerca sono dunque i seguenti.

L’assoluta importanza di fare ricerca e di condividerne i risultati con gli stakeholders di riferimento per favorire l’occupazione, un’occupazione di qualità.

Ciò è d’altra parte ancora più evidente in questa particolare congiuntura economica e nell’attuale contesto politico-istituzionale di riferimento, in cui è in corso la discussione sul testo del Jobs Act.

Da ciò deriva l’importanza altresì del confronto, sempre più importante, impellente, sul valore della flessibilità oggi e domani, flessibilità che deve essere non solo buona e sicura, ma di qualità.

In questo senso è fondamentale dal nostro punto di vista la definizione di un position paper per andare in profondità rispetto alle origini del lavoro sommerso e alle possibili soluzioni.

Non a caso la mission di Randstad si fonda sul shaping the world of work , e dunque, sull’assoluta necessità di tener conto delle esigenze di tutti gli attori coinvolti, recependole, interpretandole, anticipandole, il tutto in un contesto caratterizzato dai seguenti fattori: estrema volatilità, mutamento del mercato di riferimento, innovazioni tecnologiche, modifiche delle stesse modalità di lavoro, con un disallineamento rispetto alle competences, alle skills tradizionali e riflessioni sempre più importanti sul work life balance, con impatti sui lavoratori e, di conseguenza, sulle stesse esigenze di flessibilità delle imprese, e, ancora, mutamenti demografici. 

Da quale questione è partita la ricerca? Quali sono le origini dell’undeclared work? 

La prima risposta potrebbe essere: forte pressione fiscale, e quindi tendenza all’elusione; con la conseguenza che in questi contesti vi è un’assenza di protezione dei lavoratori. È evidente tuttavia che questa sola prospettiva, seppur in parte rispondente al vero, risulta limitata. 

Cosa deve infatti intendersi per lavoro legale: un lavoro che necessariamente comporta l’obbligo di pagare le tasse? È chiaro che non è (solo) così. Questo è senz’altro un importante elemento di riflessione anche sulla stessa nozione, nell’immaginario collettivo, dell’undeclared work, ma appunto non è il solo profilo da tenere in considerazione.

Quali sono gli impatti sull’economia dell’undeclared work? Contrastando tale fenomeno, avremmo maggiore trasparenza e maggiore capacità di intercettare i talenti ed una maggiore disponibilità economica sullo stesso mercato: maggiore regolarità corrisponde a maggiore disponibilità di tutele, con, in definitiva, una maggiore competitività del mercato-dell’economia nel suo complesso (Regno Unito, Stati Uniti e i Paesi nordici sono i più competitivi, e non a caso vi è una stretta correlazione con il basso tasso di undeclared work). 

Il driver fondamentale del lavoro nero è infatti un mercato del lavoro inefficiente, con basso livello di protezione sociale e assenza di un livello efficiente della flessibilità.

In questo senso il Jobs Act potrebbe essere importante opportunità per incidere sul fenomeno non soltanto attraverso una deregolamentazione, una maggiore flessibilità fine a se stessa, ma, sempre, chiaramente con una forte attenzione sull’ingresso nel mercato del lavoro ed in generale sui processi di transizione occupazionale.

A tal proposito è fondamentale il ruolo delle Agenzie per il lavoro: basti ricordare come dopo l’avvento del Pacchetto Treu le imprese che si sono rivolte alle Agenzie per il lavoro sono state le più sostenibili, hanno dimostrato una maggiore continuità, e al tempo stesso anche i lavoratori coinvolti nei percorsi gestiti dalle stesse Agenzie hanno tratto beneficio in termini occupazionali. 

In altri termini, se riflettiamo sugli impatti sull’undeclared work, fino all’introduzione delle Agenzie per il lavoro il livello di lavoro informale era molto più elevato, per cui si deve senz’altro lavorare in questa direzione: è in tal senso che il Jobs Act, anche alla luce della prospettiva internazionale e delle sollecitazioni che provengono dallo stesso Ilo, può e deve senz’altro incidere.

Del resto è ormai è evidente come il contratto a tempo indeterminato non può essere considerato di qualità, e ciò perché potrebbe mancare la formazione, è privo di tutele se si riflette in una prospettiva più ampia di sicurezza nei percorsi di transizione, con una conseguente e generale fuga verso il sommerso.

Ecco perché è fondamentale lavorare al fine di realizzare un mercato del lavoro efficiente basato sul contemperamento fra esigenze di flessibilità e protezione, perché si possa perseguire e riaffermare il valore di una flessibilità di qualità.


In definitiva è molto importante il messaggio che proviene dalla riflessione sul lavoro sommerso: una riflessione che assume un valore cruciale, in cui è importante l’evoluzione del ruolo delle Agenzie per il lavoro, per la loro capacità di recepire, interpretare le esigenze dello stesso mercato, per costruire il futuro del mercato di lavoro promuovendo il match fra domanda ed offerta.

Certamente occorre riflettere con estrema attenzione sulla semplificazione degli strumenti contrattuali finanche sulla proposta del contratto unico: è infatti imprescindibile tener conto della multiforme varietà del mercato del lavoro, delle sue esigenze e ancora della sua volatilità.

Un elemento ulteriore di attenzione in questo contesto di riferimento in Italia è certamente l’opportunità- necessità di saper cogliere e recepire, re-interpretare ogni singola esperienza, coltivando sempre più la sinergia fra pubblico e privato (esempio importante è l’esperienza della Regione Lombardia attraverso i vari strumenti messi a punto, fra cui la Dote Lavoro).

In tal modo si può dunque innescare una competitività positiva, ossia in grado di raggiungere gli obiettivi prefissati a beneficio dell’intero mercato del lavoro nel suo complesso: la formazione viene infatti valorizzata, ma proprio nella sua importante dimensione, capacità di tradursi in leva occupazionale (“no formazione senza lavoro”). 

Il modello fatto proprio dalla Lombardia così come configurato, ha infatti come fattore positivo l’attenzione verso un esito occupazionale che si inserisce in un percorso strutturato e che vede al centro la cooperazione pubblico-privato: un modello da valorizzare dunque, da tenere sempre presente come possibile soluzione proprio nella direzione dell’occupabilità e, come insegnano gli esiti della ricerca “Flexibility@work 2014” , di un mercato del lavoro sempre più efficiente.

Per far questo è indubbiamente importante ripartire dalle qualità del tessuto occupazionale e produttivo del nostro Paese e dai recenti mutamenti (anche la stessa crisi di determinati settori) che lo hanno e lo stanno caratterizzando: una prospettiva che conferma come gli strumenti, le dialettiche del mercato del lavoro, le stesse relazioni industriali si devono confrontare con un superamento-impellente-dei paradigmi tradizionali, della vision su quegli stessi fattori tradizionali, quali la competitività e la produttività, partendo ad esempio dagli stessi modelli organizzativi, e ciò proprio al fine di perseguire la direzione di una flessibilità di qualità contro l’assoluta inefficienza dell’undeclared work.