Arriva dall’Italia il primo robot progettato per fornire aiuto in casa. Ideato e assemblato dall’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) di Genova, il nuovo aiutante “casalingo” è stato presentato al Galileo Festival dell’Innovazione di Padova: si muove su ruote per non travolgere gli animali domestici, ha braccia allungabili per afferrare gli oggetti a terra e sarà manovrabile tramite app. Le app serviranno per far compiere al robot le attività quotidiane e per insegnargliene di nuove, anche: caricando un’app per fare il caffè, ad esempio, da quel momento in poi lui sarà capace di eseguire quest’operazione. 

Ancora non ha un nome definitivo ed è tuttora in fase di sperimentazione - al momento su 5 brevetti, 4 sono stati appena presentati - ma quel che è certo è che il “plastic robot” è uno dei primi robot commerciali al mondo, cioè pensato per il mercato dei prodotti casalinghi, in particolar modo per essere di supporto alla vita domestica degli anziani. L’unico fattore limitante è il costo, attualmente pari a circa 20mila dollari; questo lo renderà, almeno in un primo momento, più adatto ad un uso dimostrativo all’interno dei grandi centri commerciali, oppure a fornire assistenza ai pazienti negli ospedali in caso di riduzione del personale medico.

Un altro problema ancora in fase di risoluzione è il materiale di composizione del plastic robot: un automa che lavora per ore e ore al giorno dovrebbe avere un altissimo tasso di resistenza all’usura. Al momento il robot è per la maggior parte fatto di plastica, ma nell’intento dei suoi ideatori dovrebbe trattarsi di un materiale plastico con le stesse proprietà del metallo, mentre le componenti elettroniche interne dovrebbero essere in grafene, materiale di punta dell’IIT. 

Secondo quanto dichiarato da Giorgio Metta, vicedirettore dell’Istituto, probabilmente alla commercializzazione di massa dei robot si arriverà nel giro di 25 anni. 

Queste previsioni riaprono la discussione sul tema dell’utilità dell’Intelligenza Artificiale per l’essere umano e sulla possibilità che essa si sostituisca interamente all’uomo non solo nelle attività pratiche quotidiane, ma anche in quelle decisionali. 

Esiste un gran numero di robot intelligenti in fase di sperimentazione in grado di eseguire una o più attività ma, di solito, l’una esclude l’altra: un robot che gioca a scacchi in modo eccellente può non sapere come piegare un asciugamano, ad esempio, quindi risultare del tutto inutile nella vita quotidiana. I robot possono compiere funzioni utili ma, in definitiva, tutto dipende da come sono programmati: le loro azioni dipendono dalla capacità di confrontare i dati rilevati dall’ambiente con quelli caricati nella loro memoria artificiale. 

Ciò significa, molto semplicemente, che di “capacità di scelta” dei robot non è possibile parlare - e non lo sarà neanche in futuro. Nel processo decisionale umano intervengono fattori legati alla dimensione emotiva, etica, morale propria del cervello umano e del suo complesso funzionamento, impossibile da replicare in un cervello robotico. In parole povere, i robot non hanno una coscienza.

A proposito di coscienza, una ricerca della Cornell University ripresa due anni fa da The New Scientist ha dimostrato che, con i loro algoritmi, i computer non sono in grado di elaborare i processi alla base della coscienza umana, ossia quelli che integrano le informazioni e attribuiscono loro un significato. Il processo di “integrazione” di informazioni comporta che queste siano recepite dalla coscienza in modo “totale”; l’uomo, infatti, non è in grado di decomporre la sua coscienza in elementi indipendenti. 

Se così funziona il processo di acquisizione di coscienza, i computer non potranno mai dirsi “coscienti”: non è possibile ridurre gli elementi della coscienza e del processo decisionale in valori numerici univoci comprensibili per un robot. A differenza dei computer, l’uomo è in grado di prendere scelte anche sulla base di valori non oggettivamente computabili, dunque anche in assenza di informazioni preesistenti nel suo cervello.

Il che ci porta a concludere con le osservazioni di Karl Stephan, docente di Ingegneria elettrica alla Texas State University, in materia di responsabilità morale: benché i robot possano essere ottimi aiutanti per l’uomo, questi non potrà mai delegare loro la responsabilità morale delle azioni. L’autorità morale rimarrà sempre in capo all’uomo, programmatore e proprietario dei robot: se nell’ospedale in cui il “plastic robot” sarà impiegato come aiutante si verificasse un incidente, non sarebbe di certo l’automa a risponderne davanti alla legge.