La rivoluzione digitale sta cambiando la struttura e l’organizzazione di imprese e pubblica amministrazione, generando nuove opportunità in termini di ottimizzazione delle risorse e massimizzazione dei profitti ma, perché l’innovazione nell’offerta di prodotti e servizi e la conseguente crescita economica siano ai massimi termini, occorrono specifiche competenze. La cosiddetta digital transformation, infatti, richiede nuove abilità: competenze digitali da trasmettere con formazione ad hoc perché l’esperienza sul campo, da sola, non è sufficiente.

Dal 2014 è l’Osservatorio delle Competenze Digitali a fornire la fotografia più aggiornata della situazione del nostro Paese - che, stando ai risultati dell’edizione 2015, non è ancora del tutto come ci si aspetterebbe, cioè al pari delle altre economie europee: il digital divide è ancora fortemente radicato e le nostre imprese, private e pubbliche, sono tutt’ora carenti di figure professionali decisive per attuare pienamente la trasformazione digitale. 

Ma analizziamo nel dettaglio i dati presentati il 15 gennaio scorso a Roma dai portavoce dell’Osservatorio realizzato da NetConsultingcube, promosso dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) e condotto dalle principali associazioni ICT italiane: AICA, Assinform, Assintel e Assinter - studio che ha coinvolto aziende ICT, aziende loro clienti (domanda e offerta ICT) e Pubbliche Amministrazioni.

Tra imprese e PA la consapevolezza dell’impatto della digital transformation su società ed economia è radicata: l’80-90% degli intervistati è “altamente consapevole” dell’urgente necessità di adeguare le proprie competenze alla nuova realtà digitale - realtà peraltro multiforme, fatta di mobile, analytics, cloud computing, Internet of Things, pagamenti elettronici e digitalizzazione di flussi e processi. 

A una simile necessità e alla sua percezione corrisponde una risposta professionale adeguata? Sembra proprio di no. 

I parametri di riferimento per la valutazione dei profili ICT e della copertura degli ambiti operativi nella realtà d’impresa italiana sono quelli stabiliti dalla norma tecnica europea e-Competence Framework (e-CF) - A common European Framework for ICT Professionals in all industry sectors – Part 1: Framework. Secondo questo standard, le competenze digitali rientrano in 5 macro-aree: Plan, Build, Run, Enable, Manage. Il loro livello di copertura, cioè la compresenza dei 5 ambiti di competenza, si attesta su livelli piuttosto bassi: 73% nelle aziende ICT, 67% nelle società in house di Regioni e Province Autonome, 48% nelle aziende utenti fino ad arrivare al 41% nella PA Centrale e al 37% nella PA Locale.

È interessante notare come Enable e Manage siano i due ambiti più carenti in fatto di profili e competenze - i meno operativi: evidentemente la digital transformation non ha urgente bisogno solo di ruoli pratici, ma anche organizzativi e di management. Ancora grande assente nelle aziende e PA italiane è, insomma, la figura del Digital Innovation Officer, il Chief Information Officer del 21° secolo, di cui rappresenta l’evoluzione digitale.

Entrando nel dettaglio delle figure professionali di cui la realtà italiana è più insufficiente, i dati parlano chiaro: i profili maggiormente richiesti dalle aziende ICT sono il Security Specialist, l’Enterprise Architect e il Business Analyst; aziende utenti e PA sono invece in difetto di CIO, Security Manager, Database Administrator, Digital Media Specialist, Enterprise Architect, Business Information Manager, Business Analyst e ICT Consultant.

L’analisi dell’Osservatorio 2015 si è concentrata anche su altri aspetti significativi della realtà digitale italiana:

  • il reclutamento delle risorse avviene principalmente attingendo ai network di conoscenze personali e professionali nel caso delle aziende ICT e attraverso concorsi pubblici nel caso delle PA;
  • le lauree considerate più appropriate sono Informatica/Scienze dell’Informazione e i vari indirizzi di Ingegneria;
  • poco più della metà di imprese e PA intrattiene costantemente rapporti col mondo accademico: questi si limitano alla formazione di risorse in stage e al supporto per la preparazione di tesi di laurea e solo raramente contemplano contributi alla creazione di percorsi di studio; bassissima è la collaborazione con Istituti Tecnici e Superiori;
  • la formazione delle risorse interne avviene principalmente attraverso il training on the job e non contempla o quasi corsi formativi ad hoc: ad essi sono dedicati circa 6 giorni annui a persona nelle aziende ICT, 4 nella PA e 3 nelle aziende utenti; 
  • la retribuzione del settore ICT è in media più bassa rispetto agli altri, soprattutto quella delle sue figure dirigenziali.

In conclusione, in Italia esiste ancora una pericolosa discrepanza tra le reali competenze culturali e tecniche delle professioni digitali e le nuove esigenze economiche di imprese e pubblica amministrazione. La soluzione avanzata dagli stessi partecipanti all’Osservatorio si compone di una serie di interventi da attuarsi nel campo dell’educazione e in quello delle imprese: la realizzazione della riforma degli istituti tecnici, l’implementazione di una piattaforma nazionale di didattica digitale, l’ideazione di nuovi percorsi accademici ed extra-curriculari, l’introduzione di un sistema di certificazione delle competenze tecniche e di un supporto concreto alle imprese che investono nella formazione digitale.

La risposta è da cercarsi ancora una volta, in definitiva, nella costruzione di una sinergia tra mondo dell’istruzione e mondo del lavoro.