Una vera e propria rivoluzione di gare, appalti e servizi per la Pubblica Amministrazione sembra alle porte, ma è davvero così? 

Non vi è dubbio che il nuovo Codice dei Contratti di Concessione e degli Appalti Pubblici, che ha da poco concluso il suo iter di approvazione, apporti modifiche sostanziali alla normativa finora vigente recependo, in particolare, alcune importanti direttive della Comunità Europea ovvero: 

  • la necessità di semplificare il corpus amministrativo;
  • il bisogno di una maggiore trasparenza nei vari passaggi in modo che vi sia la completa tracciabilità delle gare e dei lavori;
  • l’assoluta priorità della lotta alla corruzione;
  • la disincentivazione di un criterio di scelta degli appalti basato solo sui costi.

Stabilire nuove regole per il Codice degli Appalti non può che sembrare, dunque, un’occasione preziosa da cogliere al volo per semplificare e, soprattutto, per portare a compimento quella rivoluzione digitale che da molto attende di portare efficienza e innovazione nell’ambito della PA. 

Lo snellimento della normativa – si passa da 660 a 217 articoli – sembra di per sé una buona notizia, così come la maggiore importanza data alla qualità dei progetti in appalto, che andrà ad affiancare i criteri meramente economici di scelta. Inoltre, molte procedure saranno integralmente digitalizzate permettendo così di liberare energie nella PA e di assicurare ai processi una totale trasparenza. 

Tuttavia, oltre ai segnali positivi, arrivano anche le prime critiche che, come sottolineato da Assintel – associazione nazionale delle imprese dell’Information e Communication Technology – non consentono di esprimere un giudizio interamente favorevole al nuovo Codice. 

Analizziamo dunque gli elementi di criticità messi in luce.

Innanzitutto, come sostenuto dal presidente di Assintel Giorgio Rapari, quello dell’ICT è un settore specifico, con le sue proprie peculiarità che non possono né essere ignorate, né essere assimilate a quelle di altri settori. “Digitalizzare una banca dati non è come costruire una galleria”, fa notare Rapari. Questo significa che, per permettere anche alle piccole medie e imprese del settore ICT di partecipare dei benefici previsti dal nuovo Codice, è necessario rendere più proporzionate le richieste di garanzie esplicitate dal Codice stesso. Altrimenti il rischio è quello di lasciare campo libero solo a (poche) grandi multinazionali che, a loro volta, finiranno per subappaltare i lavori alle PMI con conseguente ribasso delle tariffe. 

Lo stesso ragionamento è applicabile alla questione dell’obbligo introdotto dal nuovo Codice di rendere espliciti i costi della sicurezza sul lavoro nelle offerte – sebbene sia evidente che i rischi connessi a un lavoro essenzialmente intellettuale non possano essere paragonati a quelli di altri settori come il manifatturiero. 

Inoltre, l’Agenzia per l’Italia digitale, vero e proprio riferimento per l’ICT nella Pubblica Amministrazione, avrà secondo il nuovo Codice un ruolo meramente consultivo, e - sottolinea ancora Assintel - anche le tempistiche di assegnazione dei lavori sono un punto cruciale da riconsiderare. Nell’ambito dell’ICT la rapidità è un fattore chiave se non si vuole rischiare di implementare servizi già obsoleti. 

Non è oro tutto ciò che luccica, si potrebbe concludere. Tuttavia, l’aspetto forse più problematico che riguarda il nuovo Codice degli Appalti sembra essere quello connesso ai suoi stessi tempi di attuazione. Non solo, infatti, è previsto un anno dalla sua entrata in vigore per l’inizio del processo di digitalizzazione, ma su alcune questioni importanti sono già previsti rinvii da 6 mesi a 1 anno – rinvii che potrebbero ostacolare ulteriormente le attività in oggetto dei bandi di gara.