Nel settore metalmeccanico si intravede la ripresa, come confermano anche i dati di Federmeccanica e Ucimu. E cambiano le richieste delle aziende: meno profili generici e più specializzati

Il metalmeccanico potrebbe essere ribattezzato come “il settore del contratto a tempo indeterminato”. In un periodo come quello attuale, in cui il dibattito ruota intorno a parole come sicurezza, flessibilità e nuove tipologie contrattuali, i dati di Federmeccanica (la Federazione sindacale dell’industria metalmeccanica italiana) parlano chiaro: il 96,5% dei dipendenti del settore ha un contratto di questo tipo. Anche se, a onor del vero, è giusto anche ricordare che dal 2008, anno di inizio della crisi, a oggi sono andati persi circa 250mila posti di lavoro.
Il settore, comunque, secondo gli ultimi dati disponibili dà lavoro a circa 1,8 milioni di persone, oltre il 7% dell’intero scenario occupazionale italiano e il 42% dell’industria in senso stretto (Istat 2013). E le prospettive per il futuro sembrano incoraggianti anche se, per ora, ristrette ad alcuni settori ben precisi.

Ucimu, il settore delle macchine utensili è in crescita

È positivo, per esempio, il bilancio dell'industria italiana costruttrice di macchine utensili, robot e automazione: secondo i dati resi noti nei giorni scorsi da Ucimu, l'associazione di categoria del settore, la produzione nel 2014 è cresciuta del 7,9%, trainata dalla ripresa del mercato interno, che ha favorito le consegne dei costruttori italiani e le importazioni. Anche il 2015, come emerge dai dati di previsione elaborati dal Centro Studi e Cultura di Impresa dell'associazione, con molta probabilità si chiuderà con il segno positivo: la produzione, infatti, dovrebbe crescere del 5,2% (il 5,7% in più rispetto all'anno scorso) e anche le esportazioni, che nel 2014 non erano state incoraggianti, dovrebbero beneficiare della ripresa del settore, raggiungendo un +5,6%.

Autoveicoli e rimorchi: ci sono opportunità

Ma quali sono le aree più dinamiche? E le aziende più attive e le professioni più richieste? Secondo l’ultima analisi congiunturale di Federmeccanica, avvalorata anche dalle segnalazioni della Unit Randstad Technical di Modena, il picco di produzione è registrato nel settore autoveicoli e rimorchi (+23,8% rispetto all'ultimo trimestre 2014), con gli addetti alle macchine e al montaggio che si confermano i profili più richiesti in questo ambito. Inoltre, la produzione di computer, apparecchi radio-tv, tlc, medicali, di precisione e strumenti ottici è mediamente cresciuta del 5,6% confermando il trend positivo della seconda metà del 2014.

Competenze richieste: più specializzazione

Le aziende, quindi, sembrano aver ricominciato ad assumere a tempo indeterminato, ma gli uffici di selezione del personale hanno cambiato target: al centro dell'attenzione non ci sono più figure generiche, senza particolari qualifiche, ma profili più qualificati e preparati, in tutti i settori. Nel comparto metalmeccanico, ad esempio, si stanno evolvendo le competenze richieste ai candidati: non è più necessaria solo una buona manualità, tuttora fondamentale per molte professioni, ma la tecnologia e la costante innovazione hanno reso indispensabili competenze anche in ambito meccatronico (inteso come connubio fra meccanica, elettronica, elettrotecnica, informatica e automazione), elettronico e di disegno e progettazione CAD. E poi ci sono le lingue straniere.

Lingue straniere anche per i lavori manuali

"Ai candidati è richiesta un’ottima conoscenza dell’inglese". Una frase presente nella maggior parte degli annunci di lavoro. Fino a qualche tempo fa la conoscenza di una o più lingue straniere era richiesta soprattutto dalle aziende del settore terziario a caccia di personale per lo più impiegatizio.
Ma adesso le cose sono cambiate. L'internazionalizzazione ha allargato i confini anche delle  professioni manuali e la richiesta di conoscenza di una lingua straniera, preferibilmente l'inglese, è il simbolo della globalizzazione in atto nel mondo del lavoro. Anche i “colletti blu” qualificati, quindi, devono parlare inglese perché sono sempre di più quelli che si spostano al di fuori dei confini nazionali. Le opportunità non mancano, ma bisogna saperle sfruttare: nel quarto rapporto Ef Epi (English proficiency index), l'indice della conoscenza della lingua inglese, l’Italia si colloca al 27esimo posto a livello mondiale, risalendo al 20esimo se ci si limita all’Europa; meglio della Francia ma peggio, ad esempio, di Slovacchia, Portogallo e Spagna. Da domani, quindi, tutti a scuola. Di inglese.

Sei alla ricerca di personale qualificato per la tua azienda? Contattaci