distanti ma vicini con lo sport che ci unisce, il racconto di Andrea Zorzi.

30/04/2020 18:15:00

Se la storia è maestra di vita come commentava Cicerone nel De Oratore, lo sport può essere considerato sotto molti aspetti una metafora del mondo del lavoro. Con questa convinzione la nostra divisione Randstad Sport - attraverso il canale Instagram di Randstad Italia - ha scelto di intervistare ogni settimana grandi atleti in attività, sportivi che hanno saputo reinventarsi al termine della loro carriera, così come psicologi e professionisti dell’informazione sportiva.

L’obiettivo di questa serie di incontri “virtuali” è portare nel mondo del lavoro il linguaggio, le tematiche e i principi che da sempre accompagnano l’attività agonistica. A guidare la sfida è Jack Sintini, Head of Randstad Sport. Primo ospite intervistato è stato l’ex pallavolista Andrea “Zorro” Zorzi che, tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, ha raggiunto indimenticabili traguardi sia con la nazionale sia con le casacche dei club in cui ha militato.

In questi giorni di grande incertezza ci si chiede come lo stop forzato possa diventare qualcosa di positivo o essere visto in una differente ottica. Questa pausa a tempo indeterminato di campionati e leghe professionistiche, così come lo spostamento delle Olimpiadi di Tokyo al prossimo anno, ha costretto tantissimi atleti a rivedere i propri programmi. Eppure sarebbe sbagliato vivere questo inconveniente in maniera drammatica.

questo periodo ci sta mettendo alla prova. Quali insegnamenti può darci lo sport?

Solitamente l'atteggiamento degli sportivi che si trovano davanti ad una situazione che non possono controllare, è quello di cercare di gestirla al meglio, senza troppe preoccupazioni; lo sport da questo punto di vista ha molte cose da insegnarci. In questo preciso momento storico dettato dall’emergenza coronavirus, dobbiamo tutti quanti chiederci che vantaggi possiamo trarre rispetto alla condizione così particolare in cui ci troviamo. Ricordiamoci sempre che la situazione non può e non deve diventare un alibi.

lo sport funziona sempre come metafora del lavoro?

Guardare l’esempio di atleti che hanno avuto successo è affascinante, ma se ci si limita ad osservare le loro gesta soltanto sotto questa luce rischiamo di non cogliere il vero valore dello sport. 

Lo sport, infatti, non è a tutti gli effetti una metafora diretta della vita: si gioca sempre in un ambiente super codificato e pieno di regole, con arbitri attenti che le fanno rispettare. Tutto questo in qualche modo non lo rende esattamente uguale a ciò che viviamo nella nostra quotidianità. Il mondo sportivo è un mondo in bianco e nero, mentre la vita ha tante sfumature di grigio. 

La metafora dello sport va immaginata come un laboratorio nel quale emergono in modo macroscopico alcune dinamiche relazionali che appartengono anche ad altri mondi. Non si devono cercare ricette nello sport, bisogna guardare in quell'ambiente semplificato cosa accade, ma sempre operando un filtro. Quale è la causa e quale l'effetto di determinate scelte?  Solo in un secondo momento, si può provare a declinarle in contesti diversi, come possono essere quelli aziendali.

la metafora è unica per tutti gli sport?

Discipline diverse sono utili in contesti diversi. La pallavolo, ad esempio, porta avanti, più di altri sport di squadra, l'idea dell'obbligatorietà della collaborazione, perché da solo non si può fare nulla. Lo sport individuale, invece, fa leva sulla resilienza, sulla tenacia e sul senso di responsabilità. Quindi se un'azienda vuole stimolare la resilienza può essere utile trarre esempio e guardare ad un atleta di una disciplina individuale. Se invece si vuole amplificare l'idea dell'interdipendenza allora uno sport di squadra è sicuramente più utile.

come hai scoperto la pallavolo?

È stato un incontro casuale, certo l'altezza è stata determinante. Avevo iniziato a dare qualche calcio al pallone, ma il 48 di piede non aveva aiutato. Decisiva è stata la spinta di un mio professore di educazione fisica. Ma a quell'età non pensavo di avere una carriera professionistica. Il mio sogno era guidare le ruspe come mio padre.

qual’è la tua esperienza per gestire al meglio la transizione di carriera?

Per smettere i panni dell’atleta professionista e concludere veramente la carriera ci vogliono diversi anni. All'inizio trasferisci quella grande capacità di focalizzazione che hai sul campo nella nuova attività. Il problema è che nulla è paragonabile all’ambito sportivo. Niente si avvicina all'eccitazione che ti regala l’attività sportiva. Il rischio più grande che si corre è quello di voler trovare subito una nuova strada.

Tutta quest'ansia non sempre è una buona compagna di viaggio. A volte si fanno delle scelte non mirate,accontendandosi delle prime che capitano lungo la strada. Invece quando si finisce un percorso, ci vorrebbe pazienza. Questo non significa non fare nulla, ovviamente. Magari può essere utile dedicarsi allo studio, ma senza la fretta di vedere subito i risultati, anche perché non sempre il futuro è scontato. Non si può mai sapere qual è la sua strada e come si configurerà.

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