randstad workmonitor: lavoratori italiani con la valigia pronta

17/05/2016 11:32:48

Uno dei temi più significativi osservati dal Randstad Workmonitor nel primo trimestre 2016 è quello dei viaggi di lavoro all’estero, cioè del valore attribuito dai lavoratori alle trasferte internazionali in rapporto alla crescita professionale e del peso rivestito da queste nella vita personale.

I risultati di quest’indagine, condotta da Randstad a livello globale su lavoratori di 34 Paesi, lascia intravedere una realtà molto interessante per quel che concerne il mondo del lavoro italiano.

Essa rivela, infatti, una grande disponibilità dei lavoratori italiani a viaggi di lavoro fuori confine, in primo luogo perché considerati come una preziosa opportunità di confronto con culture diverse, dunque come fonte di crescita personale, oltre che professionale.

Trasferte internazionali viste come valore aggiunto, quindi, nonostante la chiara percezione del peso che esse comportano sulla vita personale e, soprattutto, sebbene oggi solo un terzo circa degli italiani abbia un impiego che le prevede abitualmente. 

Il forte desiderio di viaggiare per lavoro si accompagna a un discreto interesse nei confronti del trasferimento permanente: una percentuale considerevole di italiani si dice disposta a trasferirsi definitivamente in un altro paese, qualora questo offra l’opportunità di un lavoro migliore. 

Analizziamo ora nel dettaglio i risultati dell’indagine sui viaggi di lavoro all’estero condotta in seno al Randstad Workmonitor.

La ricerca: il campione e i temi affrontati

Il Workmonitor è stato condotto da Randstad su un campione di minimo 400 lavoratori per ciascun Paese, selezionati in una fascia d’età compresa tra i 18 e i 65 anni e impiegati per almeno 24 ore alla settimana. 

Una panoramica generale dei risultati rivela che sono i lavoratori dell’America Latina e dell’Asia ad avere la migliore disposizione nei confronti della “valigia sempre pronta”, seguiti da quelli del Sud Europa. Nelle altre aree europee l’entusiasmo è decisamente più contenuto.

Veniamo ora ai risultati che riguardano l’Italia. 

Solo il 32% dei lavoratori italiani ha oggi un impiego che prevede la possibilità di trasferte internazionali: percentuale superiore alla media globale - pari al 28% - ma comunque lontana da paesi come la Grecia o l’India, dove i dipendenti che viaggiano per lavoro sono più della metà del totale.

Nonostante solo un terzo degli italiani viaggi per lavoro, ben il 73% dichiara però di desiderare un impiego che includa trasferte all’estero. Con questa importante affermazione, gli italiani si posizionano nettamente al di sopra della media non solo europea (con 25 punti percentuali in più),  ma anche globale (16 punti in più).

Questo desiderio è conseguenza del fatto che il 95% degli italiani - contro l’88% della media globale, ma perfettamente in linea con quella dei paesi del Sud Europa - considera il viaggio di lavoro un valore aggiunto per la propria formazione professionale. Il 67% lo ritiene, invece, un peso per la vita personale: una percentuale minore rispetto a chi lo considera un’occasione di crescita, ma pur sempre superiore alla media globale. 

Dall’indagine è emerso un altro dato significativo. Il 61% dei lavoratori italiani si dichiara pronto a trasferirsi all’estero qualora si presenti il “lavoro giusto”, superando anche in questo caso la media globale di 6 punti percentuali e, soprattutto, quella europea, stavolta di ben 14 punti.

Un segnale di maturità

Il fatto che viaggiare per lavoro sia considerato un valore, un’esperienza formativa utile a livello personale e professionale prima ancora che una fonte di disagio, è indicatore di un cambiamento in atto nel mondo del lavoro italiano. Secondo Marco Ceresa, AD di Randstad Italia, è un “segnale di maturità” del mondo del lavoro italiano, che denota voglia di confrontarsi, desiderio di superare barriere culturali e linguistiche e disponibilità ad allontanarsi dalle comodità di casa propria. “Anche se - continua Ceresa - nasconde certamente una quota di italiani scoraggiati, che intravedono nella fuga dal proprio Paese maggiori opportunità di lavoro e carriera: una fetta di lavoratori a cui bisogna dare urgentemente risposte”.