l’impatto della sharing economy sul mondo del lavoro - sharitaly

02/12/2016 12:03:01

Sharitaly 2016: il mondo del lavoro sta cambiando?

Qual è il valore della sharing economy in Italia e quale la sua influenza sul mondo del lavoro?
Nel tentativo di rispondere a queste domande e ridefinire l’orizzonte dell’economia della collaborazione nel nostro Paese, il 15 e il 16 novembre 2016 si è svolta a Milano la quarta edizione di Sharitaly. La due giorni di incontri e workshop organizzata da Collaboriamo.org e TRAILab - laboratorio di ricerca dell'Università Cattolica di Milano - con il patrocinio di Fondazione Cariplo e del Comune di Milano, si è focalizzata quest’anno sul tema “Impatto Sharing”.

Sharing economy: la definizione Prima di scoprire tutti i numeri di questo “impatto”, è bene comprendere cos’è la sharing economy e come poter classificare i lavoratori attivi al suo interno. A questo proposito, nella Comunicazione COM(2016)356 - A European agenda for the collaborative economy, la Commissione Europea afferma che: «con l’espressione economia collaborativa si fa riferimento a quei modelli di business in cui le attività sono agevolate dall’uso di piattaforme collaborative che producono un mercato aperto per l’uso temporaneo di beni e servizi spesso forniti da privati».

Oltre ai fornitori di beni e servizi, agli utenti fruitori e agli intermediari che mettono a disposizione la piattaforma online su cui eseguire le transazioni, sono coinvolti nel processo anche i soggetti che lavorano alla piattaforma. Secondo la Commissione, questi si classificano come “lavoratori subordinati” se il fornitore agisce «sotto la direzione della piattaforma collaborativa, determinando quest’ultima la scelta dell’attività, la remunerazione e le condizioni di lavoro».

La sharing economy in Italia: i numeri di Sharitaly
L’evento milanese dedicato alla collaborative economy si è proposto di indagare l’impatto di questo nuovo modello economico sui rapporti di lavoro. Si tratta di un impatto costruttivo o distruttivo, considerando che nel 2016 ben 8 milioni di italiani sono stati variamente coinvolti in servizi collaborativi e, al tempo stesso, che accesi conflitti hanno opposto taxisti con licenza e locatori “tradizionali” da una parte, e autisti di Uber e proprietari di Airbnb dall’altra?

A giudicare dalle cifre fornite nel corso di Sharitaly, il sistema mostra un certo dinamismo, anche se per certi aspetti è ancora debole e privo - nonostante i tentativi di regolamentazione della Commissione Europea - di un adeguato profilo normativo. Dalla mappatura delle piattaforme collaborative eseguita dai curatori dell’evento risultano 138 quelle con sede in Italia: 10% in più rispetto allo scorso anno. La crescita non è forte, così come non è decisiva quella della percentuale di utenti che hanno provato servizi di sharing nel 2016, passata dal 25% al 27%; al tempo stesso, però, cresce la penetrazione d’uso di servizi specifici: dal 39% del 2015 si passa all’attuale 53%.

I settori che hanno registrato la crescita maggiore sono quelli dei servizi alla persona e alle imprese, categoria in cui rientrano anche le piattaforme dedicate ai cosiddetti “lavoretti”: i primi rappresentano il 16,6% del totale delle piattaforme analizzate, i secondi l’8,7%, posizionandosi dopo, rispettivamente, i trasporti (18%) e la cultura (9,4%). Quanto alla tipologia di lavoratori occupati dalla sharing economy italiana, la ricerca rileva che l’82% dei fondatori delle piattaforme è costituito da uomini la cui età media è di 39 anni; per il 76% sono laureati e il 39% di loro ha già collaborato a progetti imprenditoriali. In media, i dipendenti di una piattaforma sono 2,4: non pochi, se si considera che il 46% delle piattaforme di sharing sono state finanziate solo da capitali personali.

Per finire, le piattaforme stentano ad instaurare rapporti proficui con soggetti istituzionali, quali enti di ricerca o enti pubblici, ma, al contrario, la loro relazione con gli utenti si consolida: se nel 2015 solo il 20% delle piattaforme aveva oltre 30.000 utenti, oggi la percentuale è del 31%. In conclusione, la sharing economy ha ancora consistenti margini di sviluppo nel nostro Paese, e il suo potenziale come fonte di crescita per l’economia e il mercato del lavoro davvero ampio.