donne in cerca di opportunità

28/07/2015 18:05:45

Le figure femminili sono sempre più un pilastro del mercato del lavoro. In Italia, però, c'è ancora molto lavoro da fare. Anche se, come racconta Edy dalla Vecchia, molte cose sono già cambiate

La parità di genere al lavoro? Sarà realtà (solo) nel 2095. Entro questa data, infatti, uomini e donne avranno le stesse opportunità lavorative. È la stima effettuata nel 2014 dal World Economic Forum, che ha analizzato il gender gap in 142 paesi del mondo. L'Italia? Purtroppo non è nelle parti alte della classifica: risulta 71esima, uno dei peggiori tra i Paesi industrializzati. Insomma, nel nostro Paese la cultura della diversity, ovvero la parità di genere, fatica a decollare, anche se negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo. Ne sa qualcosa anche Edy Dalla Vecchia, imprenditrice e titolare dell'azienda vicentina Effedue, attiva nelle lavorazioni meccaniche di precisione. «Vedo sempre di più importanti realtà aziendali guidate da donne. È un segno positivo: molti anni fa non era così».

Edy, lei è anche socia di Aidda, l'associazione che sostiene e valorizza l'imprenditoria femminile, le donne manager e le professioniste. Conosce molto bene, quindi, il mondo del lavoro femminile. Qualcosa sta cambiando?

«Direi di sì, per lo meno nel settore privato. Una volta le donne lavoratrici erano poche e ancora meno erano le imprenditrici: oggi si cerca la parità di condizione, più facile da raggiungere rispetto a prima nel privato, e non ci si accontenta più di stare in seconda fila. Non dimentichiamoci, poi, che oggi le donne possono beneficiare di una maggiore indipendenza economica».

Dal suo punto di vista, che contributo può portare una donna in azienda? Quali sono le qualità che le contraddistinguono?

«Le donne hanno una sensibilità e un modo di relazionarsi diverso dagli uomini: sanno mediare, sono più metodiche, pronte all’ascolto e al confronto, organizzate e rispettose delle esigenze altrui. Questo è naturale: una donna ha il dono della maternità e, come madre, è portata a donarsi e a essere sempre disponibile. Gli uomini invece, sono spesso più rigidi e diffidenti.
Ma la donna imprenditrice porta anche e soprattutto eleganza, quel tocco di femminilità e di raffinatezza che spesso rende unica l’immagine dell’azienda, della location e dei rapporti verso l’interno e l’esterno».

Parliamo della sua esperienza di lavoratrice dipendente prima, e di imprenditrice di successo poi. Come ha vissuto questi cambiamenti?

«Ho sempre affrontato il lavoro alla stessa maniera: con grande determinazione. Quando ero dipendente mi sono sempre fatta carico di responsabilità, anche quando non era richiesto. Poi nel 1991 ho accettato la sfida, lanciatami da mio marito, di condividere con lui l’attività della sua piccola azienda che, allora, poteva contare su un solo dipendente. Lui si occupava della produzione e io della parte commerciale e amministrativa. Grazie all'esperienza acquisita nei miei impieghi precedenti e alla  facilità di comunicazione e relazione con clienti e stakeholder, abbiamo iniziato a ottenere buoni risultati: nel 2000, ad esempio, abbiamo realizzato un nuovo stabilimento di 2500 metri quadrati. All'epoca pensavamo fosse troppo grande, oggi invece non è sufficiente a contenere le strategie di crescita aziendale. C'è una cosa che però devo ammettere: in tutti questi anni l’essere donna mi ha aiutato».

In che senso?

«Il metalmeccanico è un settore tipicamente maschile, in cui non c'è l'abitudine a confrontarsi con le donne: questo ha giocato a mio favore, perché “a una donna non si dice mai di no”. E io ho fatto di questa frase la mia bandiera».

Non è sempre così, però. Molto spesso le donne sul posto di lavoro vanno incontro a difficoltà: ci sono alcune misure che possono favorire la loro condizione?

«La maternità è una conquista molto importante, ma per le aziende rischia di essere un problema e anche le assunzioni possono essere frenate da questo aspetto. Sarebbe necessario prevedere un calcolo contributivo diverso per le figure femminili e agevolazioni specifiche per le donne che rientrano in azienda dopo la maternità, come asilo nido comuni, bonus, facilitazioni d’orario e molte altre cose che potrebbero essere di facile attuazione. Ma non è questa l'unica tematica che mi piacerebbe vedere risolta».

L'altra qual è?

«L'età lavorativa attualmente si sta allungando e di questo ne abbiamo discusso anche in occasione di un evento, tenutosi nella mia azienda, organizzato in collaborazione con Randstad HR Solutions. Ci sono professioni che non è possibile fare dopo i 60 anni e per le donne la situazione è ancora più complicata. È necessario pensare ora a queste tematiche, prima che sia troppo tardi: lavorare in rete con altre aziende può aiutare, favorendo magari lo scambio di lavoratori di età e competenze diverse. Questa potrebbe essere una delle tante soluzioni e, forse, in futuro lo sarà».

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