ascoltare chi si lamenta al lavoro spegne i neuroni.

20/08/2018 17:11:53

Secondo alcune ricerche in campo psicologico, ascoltare chi si lamenta in ufficio potrebbe avere effetti negativi sui nostri neuroni. Il chiacchiericcio poco costruttivo, così come la lagnanza continua, andrebbero a inibire le funzioni cognitive di chi ascolta, agendo sui neuroni dell’ippocampo e quindi sulla sua capacità di problem solving. Non c’è bisogno di spiegare quanto una simile situazione al lavoro sia deleteria. Sempre le stesse ricerche dicono che il nostro cervello, superati i 30 minuti di negatività e lamentele, si spegnerebbe. Ma perché succede una cosa del genere? E come può essere affrontata?

Quando al lavoro ci troviamo di fronte a un collega lamentoso veniamo automaticamente coinvolti nella ricerca attiva di una soluzione. Essendo il problema irrisolvibile per chi ce lo racconta, ragionare al fine di risolverlo, è solo fonte di stress. Se ascoltiamo frasi del tipo “non riuscirò mai a concludere l’attività per tempo” oppure “questo lavoro mi ha stancato”, il cervello percepisce una minaccia e metterà in moto un insieme di risposte fisiologiche per fronteggiarla. L’impegno a livello cerebrale, unito alla passività della situazione, mettono in moto l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che attiva la produzione di cortisolo, conosciuto ai più come l’ormone dello stress. Con livelli alti di cortisolo nel nostro organismo per tempi prolungati, i neuroni si spengono e il cervello fatica a ragionare. Le conseguenze riguardano, quindi, la nostra produttività. È come se qualcuno ci scaricasse addosso un influsso negativo di fronte al quale restiamo impotenti.  

Comunicare un disagio all’interno di un contesto lavorativo e cercare aiuto dai colleghi non è una pratica sbagliata. Lo sbaglio sta nel lamentarsi in maniera inconcludente, nel prendere atto dell’ineluttabilità di una situazione. Se, infatti, la persona dolente cambia il suo atteggiamento, trasformandolo da passivo ad attivo, le cose cambiano. E anche molto. Il passaggio che si deve compiere è quello di ragionare sul problema, cercare propositivamente e proattivamente una soluzione. È così che il collega, costretto fino a poco tempo prima a subire una lamentela, si trova coinvolto in un processo risolutivo e organizzato, al quale dare il suo contributo. Qui siamo in presenza di un problem solving attivo, una sorta di stress positivo che ci spinge all’azione e alimenta nuove connessioni neurali. 

Quando ci troviamo di fronte qualcuno che si lamenta in continuazione senza proporre nessun tipo di soluzione, possiamo dare il nostro supporto spingendolo ad attivare un ragionamento, aiutandolo a capire come affrontare i problemi al lavoro. Questi, infatti, devono essere analizzati prendendo in considerazione tutte le variabili coinvolte: spacchettando il problema in tante piccole parti, il procedimento di risoluzione sarà più semplice. In questo modo il nostro cervello acquisisce una flessibilità cognitiva, i neuroni si mettono in moto e gli effetti saranno benefici. Dall’altra parte, oltre a supportare attivamente il collega lamentoso, possiamo lavorare su noi stessi per ignorare il chiacchiericcio inconcludente, e salvaguardare così il nostro benessere psicologico.