il talento di Mr Pjanic

26/09/2019 15:22:14

Attrarre e trattenere i migliori talenti sul mercato non è più soltanto una priorità per le aziende, ma una vera e propria emergenza. Le tendenze più importanti riguardano lo sviluppo e l’acquisizione di questi futuri lavoratori nelle organizzazioni, le sfide da affrontare e le soluzioni adottate per fronteggiare il problema della scarsità di talento.

In primis, occorre conoscere bene le qualità che un talento deve possedere.

In questo contesto, grazie al giornalista Andrea Bignami, abbiamo intervistato un talento speciale, il centrocampista Miralem Pjanic che ci ha raccontato la sua esperienza.

La prima cosa che ti colpisce, quando parli con Miralem Pjanic, è la cura che ci mette nello scegliere le parole più adatte per esprimere il suo pensiero. È come se il desiderio di non essere mai banale, che sul campo si traduce nel dribbling fatto con la suola, oppure in un passaggio filtrante preciso al millimetro, fosse un tratto distintivo della sua persona anche fuori dal terreno di gioco.

Un atteggiamento che probabilmente faceva già parte della sua indole, ma che sicuramente si è affinato nel corso della sua vita. Una vita che non è iniziata certo in discesa, come lui stesso ci ha raccontato. Andato via giovane dal suo paese, la Bosnia, “a causa della guerra che stava arrivando”, ha vissuto nel piccolo Lussemburgo per poi trasferirsi, da solo, in Francia, molto giovane, “per seguire il sogno del calcio”.

Ed è da quel momento che il giovane Pjanic ha cominciato a lavorare e a pensare diversamente. Vedeva lo stadio e sognava di giocarci, e a soli 17 anni ci è riuscito esordendo con la prima squadra del Metz il 18 agosto del 2007.

L’occasione per scambiare quattro chiacchiere con il centrocampista della Juventus mi è stata concessa nell’ambito dell’evento organizzato da Randstad Italia all’Allianz Stadium che ho avuto il piacere di moderare in una calda giornata di maggio, un pomeriggio di dibattito, workshop e tavola rotonda con al centro il tema “Emergenza Talento”, legato all’educazione, alla formazione e al possibile inserimento nel mondo del lavoro dei giovani talenti italiani.

Ma di cosa stiamo parlando, esattamente, quando parliamo di talento? Su questo Pjanic ha le idee chiare: per lui occorre “lavorare sempre, per migliorarsi”. E lui questa mentalità l’ha sempre avuta e ce l’ha ancora, “ed è questo, nel calcio, che fa emergere il talento”. Un talento che ora i giocatori vedono tutti i giorni sul capo con loro, nelle vesti di Cristiano Ronaldo, giocatore la cui volontà di migliorarsi nonostante i livelli già siderali raggiunti ha colpito anche il campione bosniaco.

Non bisogna dimenticarsi poi che, “senza una vera passione ad alimentarlo, il talento, da solo, non basta. È come avere una splendida Ferrari che rimane ferma in garage perché non c’è la benzina nel motore”. Al Miralem la passione l’ha trasmessa suo padre: tornava dal lavoro e andava a giocare a calcio e siccome la madre lavorava, doveva portarlo con lui. "Così è nato il mio amore per questo sport" - afferma.

Un pallone, come mi racconta, era una delle poche cose che poteva comprargli il padre e il talento della Juve si divertiva con lui. Il calcio è diventato un obiettivo concreto quando ha capito che era “un pochino” (umiltà direbbe Sacchi) più bravo degli altri. E un “pochino più bravo” degli altri lo è ancora oggi, visto che gioca in una squadra, la Juventus, che negli ultimi anni sta battendo un record dietro l’altro.

E il suo ruolo in questa squadra è fondamentale, perché giocando in mezzo al campo è lui che deve tenere saldo il timone, che non deve mai perdere di vista la rotta anche in mezzo alle tempeste. Da quel che ho capito a Pjanic piacciono i giocatori come lui, “quelli che riflettono quando giocano, e li riconosce da come si muovono e da come ti guardano”. È fortunato, ammette sorridendo, “visto che alla Juve ce ne sono tanti”.

Da come ne parla sembra che nel calcio di oggi la componente mentale sia indispensabile, il calcio è cambiato, è aumentata la velocità sul terreno di gioco, ma la mentalità per lui è fondamentale, soprattutto fuori dal campo, nell’allenamento, nell’alimentazione, nello stile di vita. “È la testa che guida tutto, che ti fa avanzare, nel calcio, nel lavoro e nella vita. Ed è quando le cose non vanno per il verso giusto che diventa fondamentale”.

Prima di salutarlo c’è un’ultima cosa che vorrei sapere, gli chiedo se, al di là del campo, c’è un insegnamento che vorrebbe passare a suo figlio. La risposta in questo caso è immediata: “è quello che hanno dato i miei genitori a me: rispettare le persone, essere educato e guardare la gente negli occhi quando parli con loro”.

Il talento te lo dà la natura, ma per diventare un campione devi comportarti da campione.

Andrea Bignami

giornalista

Andrea Bignami è autore e conduttore di SkyTg24 Economia, approfondimento economico del canale, responsabile degli approfondimenti e “business & economic reporter” della testata, per cui segue i principali eventi economici italiani e mondiali, tra cui il World Economic Forum di Davos, la crisi greca e Brexit.

È stato inviato di Ballarò e autore di “La Storia Siamo Noi”, di Giovanni Minoli, vincendo, nel 2010, il Festival del Documentario Investigativo di Mosca con un’inchiesta sugli errori nell’indagine sulla Banda della Uno Bianca dal titolo “A Sangue Freddo” e arrivando, nel 2007, in finale al Premio Ilaria Alpi con un’inchiesta sui fatti del G8 di Genova, dal titolo “Il Vertice Maledetto”.

È laureato in Economia Politica all’Università Cattolica di Milano.