HR gamification: cosa ne pensano le aziende italiane?

Tra i nuovi trend in fatto di gestione delle risorse umane c’è… il gioco. Proprio così, si chiama HR Gamification il fenomeno che si sta gradualmente diffondendo anche nelle divisioni HR italiane, e consiste nell’applicazione di principi mutuati dal mondo dei giochi e del game design ad alcuni processi e attività tipicamente legate alla sfera delle risorse umane. Secondo l’HR Trends and Salary Report 2017 - indagine realizzata da Randstad Professionals in collaborazione con ASAG, Alta Scuola di psicologia Agostino Gemelli (ASAG) dell’Università Cattolica di Milano - sono pochi i responsabili HR che conoscono il fenomeno in modo approfondito eppure, tra questi, molti lo considerano uno strumento utile su vari fronti: dall’acquisizione di talenti alla motivazione dei dipendenti, passando per la formazione interna.  

Perché, in effetti, il gioco stimola alcuni istinti primari dell’essere umano, come la competizione, lo status sociale, la ricerca di compensi e di successo. Basato sulla condivisione di obiettivi comuni e regole chiare, il gioco favorisce la creatività, l’interesse e il divertimento, coinvolge e avvicina i partecipanti gli uni agli altri. Il gioco nella sua versione digitale, poi, ha il vantaggio di usare gli stessi approcci e linguaggi di nativi digitali e Millennials. 
L’applicazione ragionata di queste dinamiche al mondo del lavoro sembra ideale per favorire innovazione ed efficienza

HR Gamification, i risultati dell’ultima indagine Randstad 

L’HR Trends and Salary Report 2017, ricerca che analizza annualmente i trend e gli sviluppi del settore delle Risorse Umane in Italia, si è basata su un campione di 355 interviste eseguite tra febbraio e marzo 2017 coinvolgendo responsabili HR e dirigenti di aziende italiane di diversi settori.

Dai risultati è emerso che il 26% delle imprese conosce il fenomeno; di queste, solo il 6% però in modo approfondito e lo ha già sperimentato, il 5% ne è informato sugli aspetti teorici e pratici e il 15% ne conosce solo la teoria. Il 46% delle aziende ne ha solo sentito parlare, dimostrando una comprensione solo superficiale dello stesso; il 27%, infine, non ne ha nessuna nozione. 

Ben il 65% delle aziende ritiene che l’HR Gamification sia in grado di affiancare con successo le pratiche tradizionali e il 20% confida addirittura nel fatto che possa sostituirsi del tutto ad esse, migliorando la gestione delle risorse umane. In quali ambiti d’uso? Per il 22% delle aziende il gioco può prendere il posto degli strumenti HR convenzionali nell’apprendimento di nuove competenze e, secondo il 24%, nel consolidamento di quelle esistenti; per il 27% il cambio di passo può avvenire ogniqualvolta si tratti di sensibilizzare i dipendenti agli obiettivi aziendali e, per il 37%, quando sia necessario sviluppare nuove idee.

Tuttavia, il 15% delle imprese intervistate ritiene, senza dubbio, che le tradizionali pratiche HR siano ancora le più efficaci, soprattutto per il recruiting, per la valutazione dei candidati e per la riduzione del turnover.

Tra le aziende che considerano la Gamification uno strumento positivo, il 44% lo ritiene dunque utile per stimolare la creatività, il coinvolgimento e la motivazione dei dipendenti, mentre il 43% lo crede importante perché introduce linguaggi e modalità di relazione proprie delle generazioni più giovani, target sempre più importante per le direzioni HR.

Stimolare, motivare, coinvolgere e, perché no, divertire candidati e dipendenti grazie alle potenzialità del gioco è fondamentale per attrarre e mantenere talenti e, quindi, aumentare la propria competitività sul mercato. È lo stesso Marco Ceresa, Amministratore Delegato di Randstad Italia, ad affermare che “La trasformazione digitale sta investendo tutti gli ambiti della gestione aziendale, e le risorse umane non fanno eccezione. Introdurre elementi di digitalizzazione tratti dal game design consente di stimolare l’interesse dei candidati e dei dipendenti, migliorare il loro coinvolgimento e aumentare la loro motivazione alla pratica”.
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