best practice di employer branding: il caso Virgin Group

L’employer branding è diventato ormai un fattore di estrema importanza per ogni azienda, anche se non tutte hanno compreso fino in fondo come utilizzarlo a proprio vantaggio. Secondo una recente ricerca condotta da LinkedIn, l’83% delle aziende sostiene che l’employer brand abbia un significativo impatto sull’abilità di assumere nuovi talenti; lo stesso studio ha rilevato che questo aspetto fondamentale abbassa del 50% il costo di ogni singola assunzione e riduce del 28% il turnover del personale. È evidente, dunque, che i vantaggi dell’avere un buon employer brand siano notevoli, per questo motivo ormai nessuna impresa può evitare di curare questo aspetto. 

La best practice di Virgin Group

Una delle aziende che è riuscita a sfruttare pienamente l’employer branding a proprio favore è Virgin Group, operante in ben 30 paesi diversi e con 60 diverse società: proprio il suo operare a livello globale ha rappresentato inizialmente un ostacolo alla creazione di un filo rosso che potesse unire tutte le realtà aziendali, senza però impedire a ognuna di interpretare l’employer brand in modo autonomo. Lo ha spiegato in una recente intervista Amy Sawbridge, che è stata per dieci anni Brand Director e Head of Employee Experience proprio alla Virgin.

Un gruppo come quello della Virgin, che conta tante startup così come tante aziende con oltre 30 anni di attività, infatti, non può certo avere un employer brand unico che vada bene per tutte queste diverse realtà: di certo, però, c’è questo filo conduttore che le unisce, composto dalla cultura aziendale e dai valori sviluppati durante il corso della sua storia. Tutto è dovuto a Richard Branson, fondatore del gruppo, che ha ispirato l’employer brand della Virgin e che continua ad essere un punto di riferimento per tutti i manager che ne fanno parte, grazie alla sua filosofia e alla sua etica riguardo al lavoro.

Come ha spiegato Amy Sawbridge, per un’azienda così grande l’employer brand, in realtà, può diventare un’arma a doppio taglio: quando un’azienda è così famosa c’è infatti il rischio che le persone si facciano già delle idee proprie sul tipo di lavoro richiesto ancor prima di fare un colloquio. La Virgin si è sempre presentata come un’azienda moderna, un posto dove lavorare è divertente, considerando che l’immagine pubblica dello stesso Richard Branson è quella di una persona che non si prende troppo sul serio. 

“La verità, però, è che lavoriamo duramente – ha dichiarato Sawbridge – per questo abbiamo cercato di creare un employer brand forte e molto dinamico, assicurandoci che sia in linea con tutte le società del gruppo”. Anche per raggiungere questo scopo è stata creata la Virgin Tribe: inizialmente si trattava solo di un sito informativo per far conoscere al personale tutti gli sconti per dipendenti previsti in vari ambiti, mentre adesso è una vera e propria comunità globale all’interno della quale ogni dipendente può comunicare con gli altri e sentirsi parte di una stessa grande famiglia.

Un altro punto forte di Virgin Group sta nell’aver compreso che l’employer brand e l’employee experience sono strettamente collegati: comprendere cos’è il primo significa riuscire a coltivare e ottimizzare la seconda, in quanto ogni singola persona ha un impatto sul risultato finale. 

La Virgin ha poi compreso l’importanza di un costante monitoraggio dei risultati; per misurare l’efficacia dei metodi adottati, ha spiegato Sawbridge, bisogna infatti rispondere periodicamente a queste domande: sono stati creati dei nuovi canali effettivi per i talenti? Il turnover dei dipendenti si è ridotto? L’azienda ha migliorato la sua reputazione? Se la risposta a tutti questi interrogativi è sì, vuol dire che si sta lavorando bene, altrimenti bisogna intervenire per migliorare. Oltre a questo vengono fatti dei sondaggi periodici tra i dipendenti per avere anche la loro opinione sul lavoro e sulla loro complessiva soddisfazione verso l’azienda.

In definitiva, come ha sottolineato Sawbridge, la best practice di Virgin consiste proprio in questo, ossia nel fatto che i manager hanno compreso a fondo i meccanismi che regolano l’employer branding, hanno imparato ad applicarli e a migliorarli, tenendo sempre ben presente l’ecosistema  dell’azienda e le diversità che lo compongono.

 
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