20 anni di legge treu, 20 anni di randstad in Italia

Sono trascorsi 20 anni dall’entrata in vigore, nell’ordinamento giuridico italiano, della cosiddetta “Legge Treu”, la legge n. 196/97 che prende il nome dall’allora Ministro del Lavoro Tiziano Treu e che introduce anche nel nostro Paese le agenzie interinali, liberalizzando il mercato del lavoro italiano. Dal 1997 ad oggi, molte cose sono cambiate: le agenzie interinali sono state sostituite dalle “Agenzie per il Lavoro”, il lavoro interinale è ora “di somministrazione” e Randstad Italia, la cui storia inizia nel 1999, è diventata una realtà da 300 filiali e oltre 2000 dipendenti.

Grazie alla Legge Treu e alla somministrazione, dal 1997 ad oggi circa 8 milioni di persone hanno avuto almeno una occasione di lavoro e Randstad Italia ha contribuito a “migliorare il funzionamento del mercato del lavoro italiano” sin dai suoi esordi come start up - ha commentato l’Amministratore Delegato Marco Ceresa - grazie al supporto costantemente fornito alle persone in ambito di formazione, inserimento e re-inserimento nel mondo del lavoro. 

Per festeggiare il ventennale della Legge Treu e dell’apertura delle Agenzie per il Lavoro, Randstad Italia ha intervistato l’ex Ministro Treu per conoscere la sua visione a posteriori del provvedimento e la sua opinione sulle norme del Jobs Act e del mercato del lavoro italiano.

Intervista a Tiziano Treu, 11 settembre 2017

Ripercorrendo la genesi della legge n.196/97, cd. Legge Treu, quale era il mercato di riferimento di allora e quali erano le forze in campo? 

L’input è nato da altre esperienze europee. In Italia era ancora presente il divieto di intermediazione generale ed era ancora radicata l’idea storica della pubblicità e dell’unicità del collocamento, dall’altro abbiamo legittimato l’intermediazione tramite le Agenzie per il Lavoro. Il primo progetto di legge, nato durante il governo tecnico Dini, si è poi concretizzato nella legge n. 196/97 nel corso del primo governo Prodi. Si è trattato di un momento felice, poiché c’è stata la volontà di attuare riforme necessarie che hanno trovato consenso, nonostante il sindacato - soprattutto la CGIL - fosse inizialmente molto diffidente.

Nella formulazione della legge, si è ispirato, in particolare, a qualche modello già esistente in Europa?

In quel periodo abbiamo avuto modo di osservare e di studiare diverse esperienze europee e abbiamo cercato di recepirne gli aspetti che ci sembravano più convenienti e più moderni. In particolare, abbiamo ricevuto spunti interessanti su due punti: da un lato, la presenza di un controllo rigoroso sulle Agenzie per il Lavoro, anche limitandone il numero; dall’altro, la parità di trattamento dei lavoratori interinali rispetto ai dipendenti dell’utente utilizzatore, già presente, ad esempio, nel modello belga. Questi sono stati i due punti di forza della riforma e penso lo siano tuttora. 

Con l’implementazione completa della Direttiva europea sulla somministrazione di lavoro, in Italia ci siamo ritrovati ad avere una regolamentazione della somministrazione ab origine, con la legge Treu, molto più moderna rispetto ad altre realtà europee. Ritiene sia stata una scelta lungimirante?

Penso sia stata una scelta giusta, che ha consentito di superare molte resistenze e che è in linea con il principio fondamentale dell’Europa che è quello della parità di trattamento, che in Italia si faceva fatica ad applicare. 

Cosa pensa delle norme che dalla legge Treu al Jobs Act hanno regolato la materia? Come vede oggi il mercato del lavoro italiano in relazione alle esigenze di flessibilità?

Da un punto di vista normativo, in tema di somministrazione, c’è stato un progressivo allargamento delle maglie e devo dire che la legge n. 276/2003, cd. Legge Biagi, ha fatto importanti passi avanti in tale direzione. Inoltre, i compiti delle Agenzie per il Lavoro si sono notevolmente ampliati. Ormai, con il Jobs Act, le APL sono diventate operatori del mercato del lavoro a pieno titolo nella rete dei servizi, superando quello che è stato per lungo tempo un tabù, ossia la parificazione privato - pubblico. Nonostante questa sia la strada affermatasi con il Jobs Act e con la creazione dell’Anpal, ancora adesso alcune Regioni fanno fatica a mettere sullo stesso piano i compiti degli uffici pubblici e i compiti delle Agenzie per il Lavoro. Questo è, a mio avviso, un punto centrale nell’attuale mercato del lavoro che, essendo molto frammentato, richiede una costante collaborazione tra pubblico e privato, ai fini della creazione di un modello integrato che ancora non c’è. 

Per avere una visione anche critica di noi stessi, a Suo avviso, su quali aspetti il settore delle Agenzie per il Lavoro deve ancora migliorare? Quali sono, secondo Lei, gli aspetti su cui si dovrebbe investire maggiormente?

Vi sono diversi aspetti da tenere in considerazione. Da un punto di vista normativo, ad esempio, l’assegno di ricollocazione rappresenta uno strumento innovativo ma di difficile attuazione, a cui né le APL né gli uffici pubblici erano preparati fino in fondo. Diventa importante vincere la resistenza storica non soltanto dei lavoratori ma anche delle imprese, abituate a strumenti di politica passiva. L’idea della ricollocazione fa fatica ad andare avanti in Italia, perché incontra evidenti limiti culturali ma anche limitazioni giuridiche. È, pertanto, necessario uno sforzo congiunto da parte delle imprese, degli uffici pubblici e delle stesse APL, poiché in un mercato del lavoro caratterizzato sempre più da transizioni occupazionali, la ricollocazione diventerà la politica attiva per eccellenza. 

Che riflessione è possibile fare, invece, sul fondo Formatemp che, ad oggi, rappresenta una risorsa imprescindibile per il nostro settore?

Se si pensa che in Italia, in molti casi, si fa fatica ad usare bene i fondi interprofessionali e che gli investimenti sulla formazione continua sono molto scarsi rispetto alle medie europee, il fondo Formatemp è senz’altro una realtà positiva. Indubbiamente vi sono ampi margini per gestirlo in maniera ottimale e per attivare altre politiche attive, connesse alla formazione e destinate alla ricollocazione. 

A Suo avviso, la formazione dei lavoratori somministrati come dovrebbe evolvere nell’attuale mercato del lavoro?

Ogni lavoratore dovrebbe avere periodicamente un completo resetting del proprio bagaglio formativo. Ormai la formazione ha bisogno di salti di scala in termini di quantità e di qualità. Diviene, dunque, importante puntare anche su una formazione di tipo intensivo, non soltanto ordinaria. Per poterlo fare, ovviamente, deve essere d’accordo anche l’azienda utilizzatrice. Per esempio, in tema di ricollocazione, ho fatto un’analisi delle buone pratiche europee, le quali evidenziano che, per anticipare i problemi di posizionamento e di adattamento della manodopera, in alcuni casi è necessario un periodo di sospensione della propria attività lavorativa a fini di un riposizionamento all’interno dell’azienda stessa. In tal modo, dunque, si anticipa la ricollocazione attraverso investimenti in formazione che consentano di tornare a lavorare, dopo un periodo di sospensione, nella medesima azienda. Anche questo è un problema che, con la dovuta gradualità, le APL dovrebbero affrontare. 

Qual è, a Suo avviso, il ruolo dell’immigrazione nel mercato del lavoro odierno? In relazione al mondo della somministrazione, che tipo di aiuto potrebbero dare le Agenzie per il Lavoro?

Sebbene la gestione del fenomeno dell’immigrazione nel mercato del lavoro italiano rientri tra i compiti generali delle politiche pubbliche, le Agenzie per il Lavoro potrebbero creare dei percorsi specifici per supplire a una carenza delle politiche pubbliche in tema di immigrazione, prevedendo anche programmi formativi di tipo intensivo, anche al fine di gestire il mismatch di competenze nel mercato del lavoro.  

In relazione ad un altro tema estremamente dibattuto in questo periodo, che è quello della digitalizzazione e della tendenza alla disintermediazione che si sta affermando a più livelli, che scenario prevede?

Come e in che misura le macchine intelligenti potranno sostituire i lavoratori, è un tema ad oggi molto incerto. Non credo che nell’immediato vi sia una minaccia per il mondo delle Agenzie per il Lavoro, sebbene vi sia un problema più generale: le recenti forme di lavoro agile, su piattaforma, richiedono una nuova alfabetizzazione per gran parte dei lavoratori. In alcuni settori dovrebbero, dunque, essere fatti investimenti per adeguare le competenze dei lavoratori ai bisogni dell’attuale mercato del lavoro. 

In relazione al tema delle politiche attive e, in particolare, dell’assegno di ricollocazione, quale presente vede ma, soprattutto, quale futuro?

La ricollocazione dovrebbe essere, insieme alla formazione qualificata, un settore su cui investire molto. È importante, a tale scopo, la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti nella rete delle politiche attive del lavoro. È normale che si riscontrino difficoltà nella fase iniziale di attuazione, ma è necessario uno sforzo congiunto per rendere la ricollocazione uno strumento efficace, come accade in altri Paesi europei. 

Un’ultima provocazione: vent’anni dopo cambierebbe qualcosa della Legge che porta il Suo nome?

È difficile dirlo. Penso si sia trattato, nonostante i difetti, di una scelta felice che è cresciuta oltre le aspettative, cosa che con le leggi italiane non succede spesso.

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