da campione di pallavolo a training development manager in randstad: intervista a giacomo sintini.

02/01/2018 16:06:52

La crescita professionale di ogni lavoratore è caratterizzata da molte sfide da superare e da continui cambiamenti da affrontare. Giacomo Sintini, ex campione di pallavolo, ci parla in prima persona della sua carriera professionale e del percorso che lo ha portato in Randstad per cominciare una nuova avventura.

Jack, il tuo è stato un percorso straordinario e molto particolare, raccontaci un po’ della tua carriera sportiva prima di entrare in azienda.

Sin da ragazzino ho giocato a pallavolo, la mia passione più grande, sono diventato professionista a 18 anni e nella mia carriera ho avuto la fortuna di giocare per diversi club e per la nazionale italiana. È stata una bellissima esperienza professionale che mi ha dato l’opportunità di girare il mondo e di conoscere tante realtà diverse.
Quello del pallavolista è un lavoro difficile, perché sulle spalle di un professionista ci sono delle responsabilità, delle pressioni e dei momenti difficili da saper gestire, in questo mestiere la capacità di adattarsi ai continui cambiamenti è determinante e io ho dovuto spesso affrontarli con la mia famiglia. Insomma, è stata un’esperienza che mi ha insegnato tanto.

Da dove nasce l’idea di lavorare proprio per un’azienda HR dopo esserti ritirato dalla tua carriera sportiva?

È stata un’idea nata per caso.
Dopo la malattia, ho fondato con mia moglie l’Associazione ‘Giacomo Sintini’, con uno spirito di gratitudine nei confronti di tutto ciò che di bello avevamo ricevuto durante quel nostro periodo di difficoltà. Ho scritto anche un libro in cui ho raccontato la mia lotta contro il cancro, cominciando col tempo a notare che la mia storia riusciva a trasmettere molto coraggio alle persone, per cui ho pensato di portare la mia testimonianza anche nelle scuole, nelle parrocchie, nelle squadre sportive e, perché no, con un taglio un po’ differente, anche in un’azienda. Per questo, dopo aver smesso di giocare, mi sono proposto come speaker motivazionale e ho conosciuto Randstad.


La sfida del passaggio dal mondo sportivo a quello aziendale mi ha stimolato moltissimo e ho subito deciso di intraprendere questo percorso nel mondo della formazione.

Descrivici in poche parole il tuo ruolo in azienda e il valore aggiunto che secondo te riesci a dare grazie a quello che sei e all’esperienza che hai vissuto.

Oggi sono un training development manager e il mio compito è quello di ideare, costruire e vendere percorsi di formazione basati sulla metafora dello sport, istituendo un parallelo tra la vita di campo (e di spogliatoio) e quella d’azienda, con altri docenti e psicologi.
Penso che il valore aggiunto che posso dare a questo mio ruolo è sicuramente l’esperienza diretta che ho vissuto, in campo e fuori, tra successi, delusioni e momenti difficili, che mi hanno consentito di avere una carriera bellissima.

Un cambiamento di carriera così radicale non è mai facile da intraprendere. Cosa ti ha spinto a credere in questa nuova vita?

Ho sempre ammirato quello che può fare una società come Randstad per il mondo del lavoro, ha una mission molto ambiziosa e qui ho trovato moltissime persone che stimo. Questo mi ha spinto sin da subito a credere in questa nuova avventura.

Quando hai davvero capito di avere delle qualità per ricoprire questo ruolo?

Lo scopro ogni giorno, quando ricevo dei feedback positivi dai clienti che ascoltano la mia storia ed ogni qualvolta capisco di poter dare il mio contributo ai colleghi.
In azienda funziona come in una squadra: quando sei un ragazzo con poca esperienza devi guadagnarti il rispetto e la fiducia dei tuoi compagni con l’impegno e l’allenamento, finchè ti viene attribuita sempre più responsabilità e diventi parte integrante del gioco.

Quali sono state le sfide più difficili che hai dovuto affrontare nella tua vita?

Nella mia vita ho dovuto affrontare diverse sfide, quando avevo 19 anni ho cambiato casa e città per giocare a Treviso, volevo dimostrare di essere all’altezza di quello che sognavo e sono passato in un grandissimo club che voleva vincere tutto.
Ho combattuto la sfida di una malattia atroce come lo è un cancro, la più difficile per me, che ho cercato di affrontare come se fosse una partita facendo squadra con le persone che amo, cercando di non abbattermi anche nei momenti più duri e cercando di reperire più informazioni possibili sul mio avversario per conoscerlo e per poterlo studiare.
Sono tornato in serie A, tra le mille difficoltà sul piano fisico e lo scetticismo di tutti, ma ho creduto nelle mie capacità e sono tornato a vincere 5 medaglie d’oro.

Sicuramente il mondo dello sport e quello aziendale hanno molti aspetti in comune, quali concetti cercate di proporre a chi vi ascolta?

Cerchiamo di far capire l’importanza del saper fare ed essere squadra, di saper affrontare i cambiamenti nel modo corretto e di gestire tutte le pressioni relative al mondo del lavoro. Parliamo di concetti essenziali come la pazienza, la disciplina, l’allineamento degli obiettivi personali a quelli della squadra, il senso di appartenenza, e penso di poter dare un contributo importante visto ciò che ho vissuto sulla mia pelle durante la mia carriera.

La passione, le lezioni tratte dai miei sbagli, la disciplina e la costanza mi hanno permesso di raggiungere i risultati che ho ottenuto, tutto quello che ho imparato lo sto mettendo oggi a disposizione dei miei colleghi, dei nostri clienti e del ruolo che mi è stato affidato.

Che messaggio daresti a chi deve o a chi vorrebbe affrontare un cambiamento nella propria vita professionale?

Il messaggio che darei a tutti coloro che devono affrontare un cambiamento professionale è quello di mettersi in gioco, di avere il coraggio e di provare nuove strade credendoci fino in fondo. Quando sono entrato in Randstad ero pieno di dubbi e insicurezze, ma non sono rimasto fermo e mi sono dato da fare. Nella vita capita di non trovare subito il percorso giusto, ma con l’atteggiamento corretto, prima o poi, qualche porta si apre.

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