il Bon Ton in ufficio: non è una cosa d'altri tempi.

02/12/2019 14:25:25

Gente che mastica a bocca aperta, bucce di banana lasciate sul tappetino del mouse, ho avuto persino un collega che si puliva le unghie con i biglietti da visita sulla sua scrivania, e quante volte ho visto pose scomposte durante le riunioni o gente che si sbraca quando tiene uno speech su un palco? E nell’elenco delle cattive condotte metto anche le battute fuori luogo e gli aggettivi che non dovresti usare neanche nello spogliatoio della tua palestra e che invece si sentono nei corridoi, a fine incontri con clienti o fornitori. 

Lo so, lette così sembrano assurde eppure ognuno di noi in ufficio, e in altre occasioni di lavoro, ha assistito almeno a quattro delle sei cose che ho citato. 

Cos'è quindi oggi il Bon Ton e perché è necessario riprendere a parlarne?  

L’ho chiesto a Elisa Motterle, giornalista di moda che fa parte dell’Associazione Italiana Cerimonialisti Enti Pubblici, la quale considera la buona educazione l’accessorio più importante in assoluto e mette a frutto la sua esperienza insegnando Bon Ton e Galateo Moderno, anche in azienda.

«Per me il Bon Ton e l’educazione, oggi, sono soprattutto empatia ed attenzione verso gli altri. Viviamo in un’epoca selfie-centrica, in cui l’ego sembra vincere su tutto. In questo contesto, dedicare attenzione agli altri, e mostrarsi consapevoli delle loro esigenze, fa davvero la differenza. Tutti i comportamenti che hai descritto sopra sono facilmente evitabili, se solo ci si ferma un secondo a pensare: “che effetto farà questa cosa sugli altri?” e anche “che cosa comunicherò al resto del mondo, facendo così?”. Non ci vuole uno scienziato per capire che se mi pulisco le unghie alla scrivania non comunico ai miei vicini una grande attenzione nei loro confronti. O che se lascio resti di banana a stagionare sul tappetino del mouse, forse l’odore di spazzatura potrebbe infastidire qualcuno. Il punto è: fermarsi a pensare.
Ma sappiamo tutti che, presi come siamo, fermarsi a pensare è una delle cose più difficili.
Per questo serve tanto allenamento».

In questo turbine discendente verso una mancanza di rispetto verso gli altri ci metto anche una scarsa considerazione dell’igiene. E sì anche poca cura di sé, dai capelli sporchi a un abbigliamento non adatto…

«Il tema del “personal grooming” come lo chiamo io (perché la gente se tiri in ballo l’igiene personale magari si offende) è uno dei pilastri della buona educazione. Come dicevo sopra, l’educazione è il rispetto verso gli altri. E non è possibile rispettare gli altri se non si rispetta in primo luogo se stessi. Ciò non significa che dobbiamo tirarci a lucido ogni mattina come se stessimo andando alla prima della Scala. Ma che dobbiamo essere a posto, questo sì. E per “a posto” intendo: freschi di doccia, con i capelli in ordine, i denti ben lavati, sbarbati (o con la barba ben tenuta) e le mani curate. E poi, naturalmente, vestiti in maniera adeguata. Che vuol dire: rispettando il dress code implicito del posto di lavoro e con addosso capi che siano: puliti, stirati e in ordine (quindi senza orli sfatti, bottoni che pendono, buchi o peggio)».

Io sono da sempre una grande fan del dress code in ufficio, senza eccessi: degli appunti che ti indichino in che modo è corretto poterti presentare. Sì, anche se non lavori a contatto col pubblico: lavori a contatto con altri esseri umani, i tuoi colleghi.

Una cosa d'altri tempi? No, perché a quanto pare serve ancora. 

Ma nulla che implichi obblighi assoluti come per esempio quelli che hanno fatto nascere la manifestazione #kutoo giustamente lanciata in Giappone per far togliere l'obbligo dei tacchi per le donne sul lavoro. Che ne pensi Elisa? 

«Sono assolutamente d’accordo: anche perché - che ci piaccia o no - i dress code esistono anche quando non sono scritti. E saperli cogliere indica che siamo attenti a quello che ci sta intorno. A questo proposito ti racconto un aneddoto: quando lavoravo in  Yoox - che è un’azienda tech molto informale - la policy (non scritta) era la seguente. Se qualcuno si presentava al primo colloquio in giacca e cravatta, tutto bene, perché un abbigliamento formale per andare in un posto nuovo è segno di rispetto. Ma i candidati che arrivavano anche al secondo colloquio con giacca e cravatta venivano immediatamente scartati. Come mai? Perché durante il primo colloquio, avevano modo di vedere gli uffici, che sono popolati da persone in jeans e maglietta.
Se ritornavano quindi in giacca e cravatta, era una dimostrazione che non erano capaci di leggere il contesto (e quindi, probabilmente, che avrebbero avuto difficoltà ad integrarsi nel team). Il messaggio è chiaro, no?».

In che modo possiamo imparare ad applicare regole diverse ad ambienti diversi? Come ci ha spiegato Elisa Motterle serve puntare tanto sul nostro spirito di osservazione e sulle nostre capacità di comprendere il contesto. Per il resto solo una maggiore attenzione verso gli altri può migliorare la nostra vita in ufficio e fuori: io credo tantissimo nei confini dello spazio interpersonale e, in una necessaria civile convivenza con gli altri sì, serve un po’ di sforzo - quando non ci viene naturale - per vederci da fuori, e chiederci cosa penseremmo di una persona che si sta comportando come facciamo noi.

E tu sbagli mai? Che errori pensi di fare in ufficio cui potresti rimediare a partire da adesso?

Domitilla Ferrari

Docente di Comunicazione Digitale e Social Media, autrice e esperta di connectivity e cross collaboration.
Laurea in Psicologia e Executive MBA alla Bocconi, Domitilla Ferrari lavora in Webranking, agenzia di digital marketing tra i 50 Great Place to Work in Italia. Ha scritto Due gradi e mezzo di separazione. Come il networking facilita la circolazione delle idee (e fa girare l’economia) e Se scrivi, fatti leggere. L’importanza della riconoscibilità in Rete, entrambi per Sperling & Kupfer.
Da sei anni insegna Comunicazione Digitale all’Università di Padova, da tre nel corso di Comunicazione Pubblicitaria dello IED a Milano, e fa parte del tavolo di lavoro sul Direct Advertising aperto da IAB quest'anno.
Crede che il mondo sia piccolo e le connessioni un dono: ha un blog dal 2003 e nel 2016 è stata TEDx speaker a Verona dove ha raccontato il suo approccio alla Rete e alle reti.