felicità e resilienza (anche sul posto di lavoro da remoto).

10/01/2020 17:00:00

Gli studi e le argomentazioni relative a come raggiungere e mantenere la felicità sono ormai appannaggio di quasi tutte le discipline e affrontare il discorso da angolazioni diverse non sempre risulta facile.

Possiamo però ricordare il discorso che nel 2004 lo Psicologo statunitense Daniel Gilbert tenne per TED, e che rimane tuttora uno dei più visualizzati di sempre.

Durante lo speech, intitolato 'The surprising science of happiness', lo studioso presentò al pubblico due scenari possibili, chiedendo quale fosse preferibile: vincere alla lotteria o diventare paraplegico. Sebbene la scelta e la conseguente risposta sarebbero potute apparire scontate, i dati che lo psicologo portò a sostegno della propria tesi, derivanti dagli studi condotti, sono quantomeno stupefacenti: infatti, a distanza di un anno dall’incidente o dalla vittoria della lotteria, le persone sperimentano il medesimo livello di felicità.

felicità e lavoro

siamo noi a produrre la nostra felicità.

Come ci si può spiegare un risultato simile? Senza addentrarci in complesse riflessioni sull’evoluzione cerebrale, possiamo affermare di essere in grado di immaginare il futuro e le conseguenze che determinati eventi avranno o potranno avere su di noi/sulla nostra vita, ma... spesso ci sbagliamo. Non solo il nostro cervello incappa in grossolani errori di valutazione (i cosiddetti bias cognitivi) derivanti da diversi fattori (es: abitudine, pregiudizio, condizionamento e così via), ma spesso ignoriamo (o non siamo consapevoli) che il nostro cervello è in grado di sintetizzare (= auto produrre) felicità. Ne deriva quindi la capacità di sentirsi bene/meglio all’interno del contesto, anche se difficoltoso o diverso da quello sperato/conosciuto.

il paradigma della libera scelta.

Il meccanismo, che potrebbe essere confuso con un “chi si accontenta gode”, è sottilmente diverso e vale la pena metterlo a fuoco. Un esperimento classico condotto in psicologia (paradigma della libera scelta) chiede ad alcuni soggetti di mettere in ordine di preferenza sei oggetti (es: una replica dei più famosi quadri di Monet). Ai partecipanti viene regalata la stampa numero 3 o la numero 4 (quindi, quelle abbastanza basse sulla scala di preferenza). In linea di massima le persone scelgono di portare a casa la loro numero 3, perchè più vicina - ovviamente - al proprio gusto. Trascorso un lasso di tempo predefinito (in genere settimane o mesi), agli stessi soggetti viene chiesto nuovamente di mettere in scala di gradimento le medesime stampe. Risultato? Le persone attribuiranno al quadro che si sono portate a casa un punteggio più alto rispetto alla prima volta. 

Abbiamo imparato ad amare ciò che ci è sotto gli occhi costantemente? Possibile.

Ma Daniel Gilbert conduce lo stesso esperimento con pazienti affetti da amnesia anterograda, persone incapaci di formare nuovi ricordi. Potranno ricordare eventi pregressi della loro vita, ma se ci si presenta e si lasciano trascorrere 15 minuti non saranno in grado di richiamare alla mente l’esperienza. 

Questo gruppo di persone, quindi, non può “fisicamente/oggettivamente” ricordare di aver ricevuto la stampa numero 3 o numero 4 in regalo, eppure i risultati dell’esperimento sono gli stessi del campione non affetto da amnesia.

Ciò significa che siamo realmente in grado di modificare i nostri sentimenti rispetto ad una situazione.

l’importanza della resilienza.

Ovviamente Daniel Gilbert non sta implicando che non esista differenza tra eventi “dannosi” o negativi e benefici o positivi. L’accento è posto sulla capacità dell’essere umano di adattarsi e reagire anche quando non sembrerebbe possibile. Una definizione che suona familiare e che si sposa bene con quella relativa alla resilienza, altro termine in apparenza abusato di questi tempi.

Per darne una breve e concisa definizione, la resilienza non è solo la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi negativi, ma è anche la capacità di non farsi assorbire /arrendersi al contesto.  Un esempio semplice è la capacità di riscattarsi da contesti altamente pericolosi, degradanti o potenzialmente delinquenti. Scenari diversi offrono opportunità diverse e plasmano il nostro modo di leggere la realtà, ma siamo in grado di compiere scelte che si distanziano da essi. Questo è possibile sia grazie alla rete di incontri talvolta fortuiti e positivi, ma anche grazie a quanto scritto poco sopra, alla nostra capacità di trasformare la realtà interna in un vissuto comunque sufficientemente positivo.

trasformare il proprio modo di sentire.

Letta in questa ottica e con queste premesse, forse, affermazioni come “trasformare le difficoltà in opportunità” suonano meno “vuote” e più “realizzabili”, alla propria portata.

Come a dire: se il contesto che sto vivendo (es: lontananza dai colleghi, perdita della mia ritualità, difficoltà comunicative, frustrazione per modalità di lavoro nuove e non sempre funzionanti/funzionali e così via) non è parimenti “felice e sereno” a quello che conoscevo, posso trasformare il mio modo di “sentirmi” in questo contesto.

Non esiste una ricetta uguale per tutti, anche perchè non sarebbe possibile ignorare che questa situazione non ci ha trovato/trova tutti pronti e preparati allo stesso modo e mette a nudo vulnerabilità anche nelle diverse organizzazioni aziendali.

Adattandolo al contesto attuale, un buon esempio di questa capacità di trasformare il negativo al positivo è rivisitare la contrapposizione, spesso proposta, fra un mondo reale analogico (positivo) e uno virtuale digitale (negativo).  In questo momento, infatti, il digitale diventa quasi l’unico spazio possibile di relazione (umana, educativa, commerciale) e di condivisione in tempo reale.

Una cosa non può sostituire l’altra, ma può consentirci di modificare la nostra percezione e farci scoprire campi di applicazione ai quali forse non ci saremmo avvicinati spontaneamente. Ad esempio, può essere anche un “tempo sospeso” utile per valutare e cercare Progetti di Politica Attiva gratuiti che ci consentano di rafforzare competenze o di confrontarci in uno spazio dedicato con un professionista.

Qualcosa che in un tempo più frenetico non avremmo mai pensato di fare o non avremmo potuto fare perchè impegnati “altrove”, fisicamente e metaforicamente parlando.

Al di là del singolo gesto che scegliamo/sceglieremo di compiere o non compiere in questo peculiare momento, potremmo tenere presente che questa condizione potrebbe essere la nostra “stampa numero 3 o numero 4”: qualcosa che non ci siamo scelti in tutto e per tutto, che in larga parte è capitato, ma sul quale in parte possiamo agire.

Scopriremo magari, riguardando indietro, che quella stampa regalata non è poi così male, e anzi, potrebbe addirittura iniziare a piacerci.

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Simona Meroni

Simona Meroni

HRPO Project Manager, Career Counselor Randstad Italia

Psicologa e Psicoterapeuta abilitata all'esercizio della professione, accreditata da Regione Liguria per le tre figure professionali di Operatore all'Orientamento Specialistico, Operatore Domanda/Offerta lavoro, Operatore di Accompagnamento al Lavoro.
Conseguo un Master in Gestione delle Risorse Umane, mentre mi occupo di ricerca, selezione, formazione e orientamento del personale dapprima per una società di consulenza, svolgendo anche indagini per la rilevazione dello Stress Lavoro Correlato per diverse aziende del territorio milanese e bergamasco, e successivamente per una multinazionale francese operante in ambito IT.
Attualmente svolgo la libera professione in ambito clinico, e ricopro il ruolo di Career Counselor per Randstad Italia, occupandomi di analisi organizzativa, mappatura competenze e progetti di politica attiva.