da luglio 2018, niente più tfr in busta paga: cosa cambia?

Il tfr (trattamento di fine rapporto) da luglio 2018 cambia volto: i datori di lavoro, infatti, non saranno più obbligati a inserirlo in busta paga a quei dipendenti del settore privato che ne hanno fatto richiesta come quota integrativa di retribuzione (QuIR). Il periodo di sperimentazione della QuIR, partito il 1 marzo 2015, è terminato il 30 giugno 2018. Dal 1 luglio non sarà più possibile ricevere una parte del tfr nella retribuzione mensile: il trattamento di fine rapporto torna ad essere accantonato presso la società per la quale si lavora. La somma verrà quindi accumulata e verrà erogata al dipendente alla fine del rapporto di lavoro. Cosa cambia?

Gestione del tfr in busta paga QuIR: la fase di sperimentazione

La possibilità di richiedere alla propria azienda l’erogazione di una parte del tfr maturato nella busta paga di ogni mese - e non tutto in un’unica soluzione alla fine del contratto - è una misura sperimentale voluta dalla Legge di stabilità 2015. La liquidazione della QuIR era rivolta a tutti i dipendenti con regolare contratto del settore privato (escluso il settore agricolo e domestico). Le aziende - con più di 50 dipendenti, non soggette al versamento del trattamento di fine rapporto al Fondo di Tesoreria - in questi 3 anni potevano richiedere un finanziamento al fine di erogare una quota del tfr mese per mese

 

 

Al momento della richiesta da parte del lavoratore, il datore era obbligato a versare il tfr in busta paga a decorrere dal mese successivo a quello di presentazione della domanda nei casi in cui l’azienda non facesse riferimento a un finanziamento. Al contrario, la liquidazione del QuIR partiva dal quarto mese successivo alla richiesta, nei casi in cui l’azienda ricorreva a un finanziamento. Tale decisione era irrevocabile fino alla fine del periodo di sperimentazione, ovvero il 30 giugno 2018, a meno che il rapporto di lavoro non cessasse prima.

Gestione del tfr in busta paga QuIR: fine della sperimentazione

Il 1 luglio 2018, quindi, è terminata la fase di sperimentazione: il datore di lavoro non è più tenuto a erogare in anticipo le quote del tfr maturate dal dipendente nelle buste paga mensili. Tale misura non ha riscosso molto successo: è così che il Legislatore, nella nota n. 2791 del 10 luglio 2018, ha deciso per lo stop  definitivo. La motivazione di questo risultato è da ricercarsi nella modalità di tassazione della quota integrativa della retribuzione. La QuIR, infatti, era assoggettata alla tassazione ordinaria, mentre il tfr nella sua tradizionale erogazione, godeva di una regime agevolato. 

Dalla busta paga di luglio 2018, il tfr torna a svolgere la sua funzione, ovvero quella di quota accantonata ogni mese da risolversi alla fine del rapporto di lavoro tra dipendente e azienda. Le modalità di accantonamento sono tre:

  • conservare il tfr in azienda;
  • versarlo al Fondo di Tesoreria Inps;
  • destinarlo a una forma pensionistica complementare 

Tale scelta è a discrezione del lavoratore. Ma cosa conviene di più, lasciare il tfr in azienda o destinarlo a un piano previdenziale integrativo? A giugno è stata pubblicata la relazione della Commissione di vigilanza sulla previdenza che evidenzia come gli italiani scelgano di conservare le quote di tfr maturate presso la propria azienda: solo 7,6 milioni lavoratori optano per una forma pensionistica complementare, su un totale di 25 milioni. Per incentivare i dipendenti a servirsi di un fondo pensione, nel tempo sono state introdotte una serie di agevolazioni che hanno portato un dimezzamento degli interessi in 10 anni. Nonostante i costi e i rendimenti favorevoli di tali fondi, gli italiani sembrano avere delle difficoltà a separarsi da 50/100 euro al mese e preferiscono lasciare il salario differito al datore di lavoro

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