c’è o non c’è il lavoro? il punto di vista di Domitilla Ferrari

C’è o non c’è il lavoro? Come cambiano le richieste delle aziende e – insieme – i percorsi formativi che porteranno ragazze e ragazzi a un colloquio? Per un po’ si è parlato di Mismatch, che in economia spiega il disequilibrio tra domanda e offerta, quando non è possibile prevedere il futuro. Capita anche nel mercato del lavoro. 


Oggi sento più spesso usare i termini Skill Shortage o Talent Scarcity, entrambi si traducono nella carenza di abilità richieste, e si usano per indicare il problema che si osserva quando la domanda di alcuni profili professionali supera l'offerta in corso. Ovvero: quando il lavoro c’è ma non ci sono persone specializzate a farlo. 
Sembra assurdo in un Paese come il nostro, al terzo posto per tasso di disoccupazione (il 37,8%) tra i 28 Paesi del continente? Non lo è: succede. Mancano specialisti nel digitale, dove le professioni cambiano a ritmi velocissimi, ma – ancora oggi – le università non fanno (o non attraggono) abbastanza. Secondo la Commissione Europea in Italia c’è la più bassa percentuale di addetti dell’Information Technology con almeno una laurea triennale: il 32%. La Spagna, con il 77%, e il Belgio con il 73% sono tra i primi posti.

Esiste un Borsino delle professioni presentato nel bollettino mensile del sistema informatico Excelsior, stilato da Unioncamere e Anpal, che da anni monitorano i fabbisogni professionali delle aziende italiane. I dati più recenti sono di questo mese e raccontano che a livello nazionale la difficoltà a reperire i profili idonei da introdurre in azienda – in settori diversi – è salita di cinque punti percentuali in un anno. 

Quali sono, allora, i profili che mancano? Particolarmente elevata la difficoltà di reperimento per gli operai specializzati, che raggiunge quasi il 44% delle entrate previste. In crescita (+3,5mila entrate) le richieste da parte delle imprese di operai specializzati da impiegare nei settori del manifatturiero più dinamici, come la meccatronica e la filiera della moda, mentre è in forte calo il peso delle figure degli impiegati amministrativi (-3,5mila ingressi programmati) e delle professioni non qualificate (-7,2mila). Persino i laureati non sono sicuri dell’efficacia della propria formazione: solo un laureato occupato su due ritiene utile il percorso di studi sostenuto. 

Quindi, per superare il problema, ben vengano progetti che diano continuità alla filiera istruzione-formazione-lavoro e che prevedano attività di formazione specifiche ed extracurriculari come la divisione Education creata da Randstad. Un investimento per la progettazione e l’erogazione di percorsi di formazione e per l’analisi delle competenze richieste dal mercato del lavoro. La divisione Education conta già progetti di formazione specifici come Formula Future di Scuderia Toro Rosso, l’ITS Tech Talent Factory, le District Academy in comparti produttivi come il chimico-farmaceutico di Latina e le aree strategiche della moda a Firenze dove - tra febbraio e dicembre - vengono organizzati sei percorsi gratuiti per aspiranti modellisti e addetti al banco macchine, addetti del settore calzature e un master per l’abbigliamento a Palazzo Pucci e allo Spazio Reale di Firenze. 

Cosa resta, quindi? 
Come genitore mi chiedo cosa succederà quando mia figlia dovrà iniziare a pensare - e spero lo faremo insieme - a quale percorso di studi intraprendere. Sono ottimista perché vedo tante risorse utili e a disposizione di tutti: oggi formarsi non è più un’attività per pochi,  serve volontà e impegno. Come sempre. E lungimiranza, un po’ di visione su cosa succederà nei prossimi cinque anni (come chiedono sempre ai colloqui di lavoro) e poi nei prossimi cinque. 

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